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Fontolan: PAPA La fine di un tabù
Tony Blair in persona racconta un gustoso aneddoto risalente a qualche anno fa, quando era ancora premier. All’ordine del giorno di una riunione a Downing Street c’è la designazione del nuovo ambasciatore di Londra in Vaticano. Blair pensa immediatamente a Francis Campbell, nordirlandese proveniente dal Foreign Office, che lavora nel suo gabinetto: “E’ Francis la persona più adatta”. Sguardi sorpresi e imbarazzati tra le persone presenti.
“Ma non va bene” dice uno, “è cattolico!”. Blair spalanca gli occhi, pensa di non aver capito bene, chiede di ripetere. “Sì, è un cattolico… e dunque non è previsto… non è mai accaduto… chissà cosa…”. Blair è sconcertato e insieme divertito: “Ma stiamo parlando del Vaticano, giusto? Della Chiesa Cattolica, del Papa, non è vero?”.
“Sì appunto, vedi che non è il caso…”. “No, no, non riesco a capire. E’ Roma? La capitale del cattolicesimo? E’ di questo che parliamo?”. “Certo, ma…”. “E’ il posto giusto per Francis, nessuno sarà meglio di lui”. Nel dicembre 2005 Francis Cambpell presenterà le sue credenziali a Papa Ratzinger.
Ecco come a volte cambia la storia, da una occasione di routine, da battute scambiate distrattamente (all’inizio), da un’attenzione particolare per una tra le centinaia di decisioni che un primo ministro deve prendere. Si rompe una tradizione consolidata (nella quale capita a tutti di accoccolarsi per evitare pensieri e atti diversi), arriva una novità “sconvolgente” nei rapporti tra Santa Sede e Gran Bretagna, tra il Papa e la Regina.
Da parte londinese la rappresentanza in Vaticano è la più antica, risale al 1479. Nel 1536, in seguito alle note vicende le relazioni si interrompono fino all’inizio del ‘900 per essere poi pienamente formalizzate negli anni Ottanta. L’ambasciatore Campbell è il primo cattolico dell’era moderna ad essere stato accreditato nei Sacri Palazzi.
Sua è stata la tessitura dello storico viaggio di Benedetto XVI in Gran Bretagna, viaggio che inizia oggi e con il quale si chiude in gloria il mandato dell’ambasciatore voluto da Blair tra lo sconcerto britannico.
Già ora lo si può considerare un viaggio storico, per tante ragioni importanti e per una importantissima. Tra le prime: la figura di John Henry Newman, sulla quale tanto è stato già scritto; la situazione della cattolicità britannica, meno del 10% della popolazione ma cresciuta grazie agli immigrati di un milione di unità rispetto al viaggio di Giovanni Paolo II del 1982 (a Londra si celebra la messa in 58 lingue); i rapporti con gli anglicani, ad un tempo semplici e aspri; la preoccupazione condivisa con laici e religiosi per la priorità educativa e il declino del sistema scolastico; le fin troppo anticipate “contestazioni”.
La ragione importantissima è la rimozione conclamata, spettacolare, di quello “speciale” pregiudizio anticattolico della Gran Bretagna, perdurante da secoli e ancora rimarchevole persino nell’epoca di Giovanni Paolo II (il pregiudizio “normale”, quello presente sotto varie specie nei più diversi Paesi e situazioni, da Bruxelles all’India, non è in sé un parto britannico, ed è un’altra questione). Cinque anni dopo quella riunione a Downing Street stiamo per assistere al primo atto di una nuova storia.
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