Assemblea CDO 2010
 
«Se la vita ci soddisfacesse, fare letteratura non avrebbe alcun senso». Mi è venuta in mente questa frase della scrittrice Flannery O’Connor, che campeggiava all’ingresso della mostra a lei dedicata questa estate al Meeting per l’amicizia fra i popoli, quando Bernhard Scholz mi ha invitato a parlare sul tema di questa assemblea. Fare letteratura ha origine nel desiderio di essere soddisfatto, nel desiderio di compimento.
Analogamente, ogni nostra mossa ha la sua partenza in questa esigenza di compimento che ci troviamo addosso. Secondo le parole di Tommaso d’Aquino, «tutti desiderano il raggiungimento della propria perfezione» (Summa Theologiae, I-II, 1, 7, c), cioè della propria felicità ultima, della propria realizzazione vera.
Proprio questo desiderio è all’origine delle vostre opere. Allora, per conservare la forza dell’origine occorre non perdere la potenza del desiderio da cui esse sono scaturite.

In questo senso, qual è il problema oggi? In tante occasioni, il desiderio viene ridotto a sentimento. Ma un desiderio ridotto a sentimento è un desiderio svuotato del suo essere. Che cosa sarebbe un desiderio a cui si è tolta la forza di perseguire ciò che si desidera? Un’ombra di desiderio. Un desiderio così ridotto non ha la forza di sostenere un impegno reale, una responsabilità, come spiega don Giussani: «Noi prendiamo il sentimento invece che il cuore come motore ultimo, come ragione ultima del nostro agire. Cosa vuol dire? La nostra responsabilità è resa vana proprio dal cedere all’uso del sentimento come prevalente sul cuore, riducendo così il concetto di cuore a quello di sentimento. Invece, il cuore rappresenta e agisce come il fattore fondamentale dell’umana personalità; il sentimento no, perché preso da solo il sentimento agisce come reattività, in fondo è animalesco. “Non ho ancora compreso – dice Pavese – quale sia il tragico dell’esistenza […]. Eppure è chiaro: bisogna vincere l’abbandono voluttuoso e smettere di considerare gli stati d’animo quali scopo a se stessi”. Lo stato d’animo ha ben altro scopo per essere dignitoso: ha lo scopo di una condizione messa da Dio, dal Creatore, attraverso la quale si è purificati. Mentre il cuore indica l’unità di sentimento e ragione. Esso implica una concezione di ragione non bloccata, una ragione secondo tutta l’ampiezza della sua possibilità: la ragione non può agire senza quella che si chiama affezione. È il cuore – come ragione e affettività – la condizione dell’attuarsi sano della ragione. La condizione perché la ragione sia ragione è che l’affettività la investa e così muova tutto l’uomo. Ragione e sentimento, ragione e affezione: questo è il cuore dell’uomo» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino, Marietti, Genova 1999, pp. 116-117).
Quando questo svuotamento del desiderio si compie, allora non c’è altra strada per l’azione che il moralismo. Un’azione diventa moralistica quando perde il nesso con ciò che la genera: continuare a vivere da sposati senza il nesso con l’attrattiva che ha generato il rapporto amoroso, lavorare senza nesso con il desiderio di compimento anche se con un buono stipendio. Insomma: quando accade questo restano soltanto le regole da rispettare. Tutto diventa pesante, uno sforzo titanico per fare qualcosa che non c’entra più niente con il nostro desiderio.

Tutti sappiamo quanto arduo risulta tenere desto il desiderio. Allora la tentazione più ovvia è passarci sopra e chiudere la partita. Quanti di voi avete sentito questa tentazione quando il desiderio è venuto meno davanti alle enormi difficoltà che vi trovate ad affrontare in questi tempi di crisi!
Dunque la questione da affrontare è semplice: è possibile tenere desto il desiderio davanti alle sfide del presente?
Nel bambino possiamo rintracciare tutta quanta l’apertura totale del desiderio. La sorprendiamo in quel fenomeno così umano della curiosità, che lo rende cordialmente aperto a tutto: «Il cuore di un bambino è fatto per scoprire, per starci a godere, per viaggiare per tutto l’universo senza posa, mai stanco e sempre lieto, in pace, curioso e soddisfatto» (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, SEI, Torino 1995, pp. 78-79).
Ma vediamo che, strada facendo, questa apertura piena di curiosità può decadere fino quasi al punto di sparire, come documenta lo scetticismo di tanti adulti. Infatti tutto l’impeto con cui un bambino esce dal seno di sua madre non può evitare il suo decadere fino alla morte.
Possiamo vedere la stessa parabola nella vita adulta, nel lavoro, nelle opere. Tutto l’impeto con cui uno incomincia a lavorare non può impedire che pian piano venga meno, e nemmeno che uno possa diventare stufo di esso.

Allora qui abbiamo davanti a noi la vera sfida: è possibile mantenere la forza propulsiva dell’origine? L’esempio del bambino ci mette davanti agli occhi che tutta la sua energia non è sufficiente per mantenere vivo il desiderio in tutta la sua ampiezza. L’uomo è incapace di tenere fresca, viva l’origine da solo, come dice ancora don Giussani: «Mantenere nella vita l’originale simpatia all’essere o al reale con cui nasciamo, essere nella vita veramente come bambini (o poveri di spirito, direbbe il vangelo), perché questa positività continua di fronte al reale non è che l’essere bambini, è la posizione del bambino: di essere così nella vita noi riconosciamo di essere incapaci; perciò ci vuole qualcosa d’altro» (L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, Bur, Milano 2000, p. 306).
Si capisce dunque come la presunzione moderna acquisti la faccia del moralismo: «Il distacco del senso della vita dall’esperienza implica anche un distacco della moralità dall’azione dell’uomo: la moralità, così concepita, non ha la stessa radice dell’azione. In che senso? Nel senso che la morale c’entra sì con l’azione dell’uomo, c’entra con l’esperienza, ma senza avere la stessa radice dell’azione; non risponde alla fisionomia, al volto che ci dà l’esperienza. Così, tra l’altro, si comprende l’emergere del moralismo: è la moralità che, paradossalmente, non c’entra con l’azione, nel senso che non nasce contemporaneamente ad essa. Il moralismo è un insieme di principi che precede e investe l’azione dell’uomo giudicandola teoricamente, astrattamente, senza motivare il perché sia giusto o no, il perché l’uomo debba compiere o non debba compiere un’azione. Definendo a priori l’azione che l’uomo sta compiendo, si giudica quello che l’uomo fa, senza che lui ne abbia avuto consapevolezza, o senza che lui abbia concepito il suo fare nel mondo e il suo camminare nelle vie del tempo e dello spazio come praticabili. La moralità così non ha la stessa radice dell’azione. Per cui essa finisce col sottolineare valori comuni, valori generalmente sentiti; i suoi principi sono perciò o derivati dalla mentalità comune o imposti dallo Stato» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino, op. cit., p. 106).
È il trionfo del volontarismo più sterile: «Di fronte all’impossibilità di realizzare una umana immagine, di fronte ad una natura materialisticamente intesa che tutto travolge ed elimina, la forza dell’umana volontà si prefigge in modo ferreo un progetto e con tutta la sua energia cerca di realizzarlo. Riporto a titolo di esempio questo brano di Russell: “…Provai qualcosa come quello che il popolo religioso chiama conversione. Diventai improvvisamente e vividamente consapevole della solitudine in cui i più vivono e appassionatamente desideroso di trovare delle vie per diminuire questo tragico isolamento. La vita dell’uomo è una lunga marcia attraverso la notte circondato da nemici invisibili, torturato da logoramento e pena; ad uno ad uno come in un libro i nostri compagni di viaggio svaniscono alla nostra vista; brevissimo è il tempo in cui possiamo aiutarli. Versi il nostro tempo luce solare sul loro sentiero, per rinnovare il coraggio che vien meno, per istillare fede nelle ore di disperazione”. Coraggio: perché? Fede: quale? Il volontarismo mostra la sua cecità e la sua irrazionalità. Con esso l’uomo cerca di estendere le sue capacità ad un orizzonte che la sua coscienza più riflessa sa di non poter raggiungere, come la rana della favola che gonfiò se stessa, ma ad un certo punto non poté che scoppiare» (L. Giussani, Il senso di Dio e l’uomo moderno, Bur, Milano 1994, pp. 111-112).
Se non siamo in grado di tenere vivo il desiderio, il moralismo ci costringe a fare le cose anche quando quel desiderio è finito. Tutti possiamo immaginare che cosa è la vita o il lavoro quando viene ridotto a puro dovere. Il logoramento delle persone, la stanchezza cronica, l’assenza di un motivo adeguato per l’azione sono la minaccia più grande della responsabilità. Le conseguenze sono in agguato. L’unica incognita è quanto tempo occorrerà per darsi alla fuga.

È possibile continuare nella vita adulta la propria attività senza essere condannati a fuggire prima o poi? Sì, però solo se viene costantemente ridestato il desiderio. E questo non possiamo farlo da soli, lo sappiamo per esperienza. È quello che è venuto a fare Cristo. L’incontro con Cristo produce la sorpresa del ridestarsi in noi del desiderio: un incontro è la grande e unica risorsa per una ripresa del nostro io. Ma qual è la portata di questo avvenimento nella vita della persona? «È un incontro ciò che suscita la personalità, la coscienza della propria persona. L’incontro non “genera” la persona (la persona è generata da Dio quando ci dà la vita attraverso padre e madre); ma è in un incontro che io m’accorgo di me stesso, che la parola “io” o la parola “persona” si desta. […] L’io si desta dalla sua prigionia nella sua vulva originale, si desta dalla sua tomba, dal suo sepolcro, dalla sua situazione chiusa dell’origine e – come dire – “risorge”, prende coscienza di sé, proprio in un incontro. L’esito di un incontro è la suscitazione del senso della persona. È come se la persona nascesse: non nasce lì, ma nell’incontro prende coscienza di sé, perciò nasce come personalità». Questo incontro che ridesta la persona rappresenta l’inizio dell’avventura – qui vediamo in azione tutto il genio educativo di don Giussani -, esso non è la fine di un percorso o la meta del cammino, ma il principio di una storia destinata a investire tutta la realtà. Giussani ci rende consapevoli anche di quali sono le conseguenze negative che comporta il trattare l’incontro come un punto di arrivo: «Il problema incomincia qui, a questo punto, quando la persona è destata: tutta l’avventura incomincia qui, non termina qui. Perché per molti Cl diventa una delusione? Perché una volta che sono entrati è come se avessero chiuso, è come se fossero arrivati». Al contrario, l’incontro costituisce l’inizio di tutto: «L’avventura incomincia quando la persona è destata dall’incontro […]. E l’avventura è lo sviluppo drammatico del rapporto tra la persona risvegliata e la realtà intera da cui essa è circondata e in cui vive» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986-1987), Bur, Milano 2010, pp. 206-207).
Perciò la vera questione è che questo inizio permanga contemporaneo. Cristo è contemporaneo a noi nel carisma. Nell’incontro con il carisma di don Giussani si è ridestato il nostro io. E tante opere tra di noi sono frutto di questo io ridestato dal carisma. Possiamo mantenere la forza dell’origine, se rimaniamo collegati al carisma, così come don Giussani vi diceva nella vostra Assemblea Nazionale del 1995: «Quanto più uno ama la perfezione nella realtà delle cose, quanto più ama le persone per cui fa le cose, quanto più ama la società per cui fa la sua impresa, di qualunque genere, tanto più è per lui desiderabile essere perfezionato dalla correzione. È questa la povertà del nostro possedere le cose, che in ogni lavoro, in ogni impresa rende l’uomo attore, artefice, protagonista. Ma libertà vuol dire anche, oltre che coscienza del proprio limite, impeto creatore. Se è rapporto con l’Infinito, essa mutua dall’Infinito questa inesausta volontà di creare. Non è così soltanto per chi è tanto vecchio da essere già morto – e questo può capitare a vent’anni! Quanti se ne vedono, a vent’anni, senza più desideri, senza più fantasia, senza più tentativo, senza più rischio nella vita! Tutto è correggibile e tutto deve essere creabile. Questo istinto creatore è ciò che qualifica la libertà in un modo più positivo e sperimentalmente affascinante» (L. Giussani, L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2000, p. 117).

Ecco perché la Compagnia delle Opere è diversa da qualsiasi altra associazione, con una sua propria originalità: destare e sostenere le energie del singolo. Solo da qui è possibile una risposta alle sfide di oggi. Cito questo bellissimo passaggio di don Giussani dalla vostra Assemblea Nazionale del 1993: «La vostra compagnia è tesa a creare una casa più abitabile per l’uomo. E ci riesce, poco o tanto non importa, ma ci riesce. Ognuno di voi l’ha sperimentato. Perché la vostra compagnia è tesa a creare una casa abitabile per l’uomo? Perché la vostra passione è l’uomo nella sua concretezza evidente. Vale a dire: l’uomo che è nel bisogno. È nel bisogno, infatti, che l’uomo è e si ritrova veramente se stesso. E il bisogno è oggi. Pensare di risolvere un bisogno domani o tra un anno è altamente equivoco se non colloca subito i fattori in modo più propizio per rispondere alla fame e alla sete, alla necessità che l’uomo vive adesso. Domandiamoci perché Gesù suscitava tanta curiosità e stupore in chi Lo incontrava. Perché era un uomo nel quale chiunque lo vedeva agire e lo sentiva parlare, percepiva una cosa, soprattutto una cosa: non la Trinità, l’Inferno o il Paradiso, ma una passione per l’uomo, innanzitutto una passione per il bisogno dell’uomo. Una pietà per l’uomo: “Volse lo sguardo e vide tutta quella folla ed ebbe pietà di loro, perché erano come un gregge senza pastore”. Per questo la gente Lo seguiva» (Ibidem, p. 131).
Questo sguardo dell’altro mondo in questo mondo genera tra di noi una nuova responsabilità (non la vecchia responsabilità secondo gli schemi del mondo, che cerca nell’opera e nel profitto il proprio compimento, una volta ridotto il desiderio). Questo sguardo ci dà un volto nuovo col quale presentarci di fronte ai fratelli uomini, ed è l’unica cosa che potrà dare un contributo reale alla società contemporanea.
E questo sguardo, portato sugli altri perché riconosciuto anzitutto su di noi, è ciò che mi auguro e ciò che vi auguro.
Grazie.