Come si può affrontare la perdita di senso che caratterizza l’esserci nel mondo in questi tempi, senza sforzarsi ogni giorno, a partire dal lavoro, dalla professione, di ritrovare un cammino di verità che illumini la vita? Le parole di don Julián Carrón mi invitano a rendere manifesto questo progetto che è e diviene sempre più motivo di resistenza, e motivo di resilienza dinanzi al torcersi della vita umana associata nel, e contro, il nulla della reificazione. La crisi economica mondiale non ha avvicinato l’umano all’essenza dell’essere. Ne era di già troppo lontano, dimentico del logos che lo aveva fondato alla luce nei primordi.

 

La chiave di volta del mutamento è planetaria e risiede nell’avvento dispiegato della reificazione, non tanto del mercato quanto della sua assolutizzazione e della sua presenza totalitaria su tutto l’essere. È il paradigma filosofico neoclassico (irriflessivo e misconosciuto nella follia ideologica riduzionistica dagli stessi predicatori matematizzanti del nulla) a trionfare in ogni dove.

 

La razionalità, per i predicatori del nulla glorificati dal successo economico e mediatico di una società pornografico-mercantile, è e deve essere la sola caratteristica dell’umana vita ed essa, per costoro, se non si dispiega nel paradigma costo-beneficio, non val la pena né di essere vissuta, né di essere venduta. Sì, perchè anche la vendita della vita è assunta come valore positivo nella reificazione. Si pensi all’acquisto della vita a ore dei giovani e dei lavoratori in genere e al disastro che ciò determina: come si può procreare nell’amore se l’incertezza non solo è frutto del dominio, ma deve essere accettata dai dominati come condizione migliore in assoluto dell’esserci nel mondo? Se la natalità scende non solo si è dinanzi a un valore positivo, per i dominatori, nell’ignoranza delle tendenze di lungo periodo della crescita, ma s’instaura in tal modo su scala di massa un paradigma egoistico che dovrebbe regolare e divenire prototipo della vita buona nella reificazione. Vita buona perché efficiente, vita buona perché economicamente produttiva e generatrice di successo individualistico.

 

I disastri dell’individualismo metodologico son divenuti disastri morali e cataclismi esistenziali. Per questo bisogna avere il coraggio di affermare, senza “rispetto umano”, che la verità, oggi più di ieri, non può essere relativismo, ma solo obbligazione morale all’ente che è Dio e che per il cristiano è il sacrificio salvifico di Gesù. Il sacrificio che abbatte tutte le reificazioni, che pone con i piedi per terra tutte le superfetazioni economicistiche e le arrovescia, che fonda il paradigma del dono senza obbligazione a rendere, ma invece con la morale obbligazione a credere.

 

La sintesi paolina tra ebraismo ed ellenismo trova nell’ unità di fede e ragione il nuovo paradigma comunitario di una resistenza al dilagare del nichilismo. E questo perché il soggetto è irriducibile al mercato dispiegato e all’assenza di Dio. Il Dio nascosto il soggetto lo ricerca continuamente, spasmodicamente e senza tregua ed è questa ricerca che colpisce, che ci sottrae alla resa a cui troppo spesso vogliamo rassegnarci. La parola evangelica per cui occorre tutto lasciare per rispondere alla chiamata non rifulge solo per la scelta sacerdotale, ma anche per la chiamata associativa, comunitaria, che è esercizio di affermazione del sé nella libertà, riattualizzando la tradizione della fede.

 

Il dono è l’essenza del vivere associato; non lo è il paradigma economicistico. L’ economico che irrora l’umano ne realizza l’utopia ed è, invece, sempre sostenuto dal dono, dall’affermazione dell’umano in ogni sua manifestazione, nel trionfo dell’altruismo e dell’attenzione che fonda la reciprocità, e nell’affermazione del rispetto con cui si costruisce lo stare insieme. Sono le virtù penultime che danno agli ultimi la dignità, oggi sempre conculcata laddove la verità non fonda la carità. Sono le virtù penultime per gli ultimi e per tutti noi, che ci donano la speranza di cui sempre abbiamo bisogno.

 

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