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Per ragionare sulle Indicazioni nazionali è inevitabile partire dall’autonomia delle istituzioni scolastiche e dal superamento dei “programmi” tradizionali, mandati in soffitta dalla distinzione tra lineamenti generali del sistema d’istruzione, oggetto di norma parlamentare, e loro attuazione di cui è la scuola militante a portare diretta responsabilità, in misura decisamente più netta rispetto al passato. Se non ricordo male il lungo dibattito sull’autonomia, la decisione di concederne significative quote alle scuole, soprattutto sul piano didattico e organizzativo, fu motivata dall’esigenza di migliorarne efficacia e qualità di risultati, già allora non esaltanti, e parlo di circa vent’anni fa.

Parve allora che la valorizzazione della professionalità dei docenti e la pratica dell’autogoverno giustificassero e quasi imponessero una maggiore flessibilità operativa per passare concretamente dalla logica dell’adempimento formale al perseguimento di risultati reali, in quanto tali verificabili. Il rischio che l’enfasi posta sulle situazioni specifiche delle singole scuole riducesse di fatto lo slancio operativo e facesse perdere di vista gli importanti obiettivi culturali e formativi su cui tutto il paese doveva impegnarsi venne fronteggiato con il ricorso ad Indicazioni nazionali a cui fare riferimento nella formulazione dei POF. Quelle per il primo ciclo già ci sono e sono probabilmente da rivedere. Quelle per i licei sono finalmente in arrivo e ne possiamo parlare, azzuffandoci quanto basta.

 

Resta da chiedersi se il mix di sobria, ma puntuale, prescrittività e di riconfermata autonomia che si viene configurando sarà di per se sufficiente a migliorare risultati scolastici che per concretizzarsi esigono anche una solida motivazione ad apprendere da parte di chi intraprende un corso di studi.

In questo senso  ritengo essenziale, per dare luogo a scelte consapevoli, che non solo la struttura del sistema scolastico sia chiara nella sua tripartizione e con i suoi possibili sbocchi intermedi e terminali, le sue promesse o speranze di occupabilità, i suoi concreti strumenti di correzione delle scelte iniziali, ma che siano anche ben visibili, per ciascun percorso, gli ambiti culturali, di ricerca e operativi su cui in concreto avverrà il dialogo educativo tra chi insegna e chi ha deciso di voler apprendere, nonché la qualità e quantità di impegno personale che il loro studio normalmente richiede per diventare “competenti” in qualche cosa.

 

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