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L’attuale crisi nella Chiesa Cattolica a seguito degli abusi su minori in parrocchie e scuole degli Stati Uniti e dell’Europa è piuttosto difficile da comprendere per i laici.

Di questo ho fatto esperienza personalmente, dato che vivevo a Boston quando queste storie vennero allo scoperto e posso testimoniare che gli effetti furono disastrosi. Nella mia attuale Diocesi, per fortuna, il comportamento del vescovo è stato esemplare e i problemi nelle parrocchie locali sono stati ridotti al minimo, anche se, purtroppo, non del tutto eliminati. Il problema è, naturalmente, cosa si debba fare con persone in posizioni autorevoli e di responsabilità che si sono comportate in questo modo, non solo i preti che hanno commesso gli abusi, ma anche chi li doveva controllare (come il Cardinale Law a Boston) e che invece hanno scelto di guardare dall’altra parte.

 

Agli occhi di molti il problema centrale è costituito dalla natura del peccato. Come ha correttamente posto la questione Julián Carrón, quale punizione potrà mai riparare il male che è stato fatto? C’è qualcosa che potrebbe soddisfare la nostra sete di giustizia? Su questo aspetto del problema si potrebbe dire molto e Don Carrón ha svolto un compito eccellente nel richiamare la Chiesa a combattere questo problema alla luce del mistero cristologico. Come si devono considerare questi scandalosi comportamenti alla luce delle promesse che Cristo ha fatto alla Sua Chiesa? Per cominciare, rivolgiamoci alla Bibbia.

 

La tragedia del peccato umano è il modo in cui i suoi effetti si prolungano nel tempo e, dato che le conseguenze della crisi attuale permarranno per un certo periodo anche in futuro, ci può aiutare il sapere che ciò ha precedenti nella Bibbia. Durante lo scorso periodo di Avvento, nel prepararmi per un corso biblico da tenere in parrocchia, ho letto il bel libro di  Padre Raymond Brown  A Coming Christ in Advent

La sua discussione sui Vangeli inizia con una dettagliata analisi della genealogia di Gesù che apre il Vangelo di Matteo. Il primo terzo del testo riguarda i patriarchi che precedono Re Davide, mentre il resto è dedicato alla sua discendenza.

Dei quattordici re che Matteo elenca tra Davide e l’inizio della deportazione a Babilonia (587 a.C.), solo due possono essere considerati adeguati a quanto richiesto dal loro ruolo. Gli altri, nota Brown, “sono una singolare accozzaglia di idolatri, assassini, incompetenti, assatanati di potere e di donne”.

 

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