Corriere della Sera 2 Luglio 2011
 

Gli effetti devastanti della gogna, quelli sono irrecuperabili. E anche la macchia indelebile che ha irrimediabilmente e ferocemente distrutto una reputazione internazionale e un’ambizione politica. Ma il caso Strauss-Kahn narra che se dalla dittatura mediatica non c’è scampo, dalla qualità di un sistema giudiziario può scaturire una via di salvezza. Che i diritti di un indagato, non da noi ma nell’America democratica, non sono cancellati. Che lì (non qui, lì) la difesa ha lo stesso rango, la stessa dignità, la stessa inviolabile integrità dell’accusa.
Ora l’élite francese che, non a torto, ha denunciato l’orrore della «perp walk», della sbrigatività con cui l’ex potente Dominique Strauss-Kahn era stato schiacciato da uno spietato rito di umiliazione, sentirà di avere un altro argomento per detestare l’America capace di una brutale inciviltà nei confronti di un uomo accusato di crimini odiosi, ma ancora non provati.

Nel processo, quello vero, l’imputato può far valere le sue ragioni. I suoi avvocati hanno tutte le opportunità per tutelare le ragioni di chi è sotto accusa. Hanno fatto in questo mese cose che nella mentalità inquisitoriale italiana verrebbero considerate deplorevoli, addirittura un ostacolo, come si dice «una delegittimazione» dell’accusa. Hanno scandagliato nella vita dell’accusatrice, hanno condotto come segugi indagini per carpire ogni segreto che potesse metterne in crisi la credibilità. In un caso fondato sulla parola «uno contro uno» hanno avuto la possibilità di svolgere contro-indagini, come abbiamo visto in un’infinità di film americani dove la difesa può cercare documenti, testimonianze, ogni frammento in grado di rafforzare la posizione di chi è accusato dentro un pubblico dibattimento.

Da noi tutto questo verrebbe (viene) visto con sospetto. Gli avvocati che svolgono contro-indagini sono equiparati a squali dediti a massacrare i pilastri dell’accusa. La difesa aggressiva e combattiva è considerata una mania ostruzionistica di avvocati cavillosi. E sono numerosi i casi in cui gli indagati restano in carcere fino a che non «conformano» la loro versione dei fatti allo schema accusatorio degli inquirenti. Da noi Strauss-Kahn avrebbe avuto molte più difficoltà a ricostruire i lati oscuri di chi lo accusa di un terribile reato.

E da noi, inoltre, gli inquirenti stessi avrebbero molte remore a riconoscere, come hanno fatto i procuratori americani, le innumerevoli «falle» che hanno reso fragile e vulnerabile l’indagine. Da noi spesso le ragioni dell’accusa vengono protette con una caparbietà che oltrepassa i limiti dell’accanimento. Come è accaduto con esemplare negatività nel caso Tortora, chi accusa si stringe nel suo guscio investigativo come una fortezza inespugnabile, rilancia con altri indizi quelli precedenti che si sono rivelati controversi. Non riconosce l’errore, come invece ha fatto con invidiabile sensibilità garantista l’accusa che pure non è sembrata ispirata a un pregiudizio positivo nei confronti del personaggio Strauss-Kahn.

Questo vuol dire che l’ex capo del Fondo Monetario Internazionale può considerarsi risarcito dal massacro di immagine cui è stato sottoposto, dal trattamento carcerario, dalla passeggiata della gogna? Certamente no. E le conclusioni cui sono provvisoriamente arrivate sia l’accusa che la difesa non equivalgono ipso facto, nell’attesa di un giudizio, alla certezza dell’innocenza di Strauss-Kahn. Ma la vicenda di Strauss-Kahn accende la luce di un confronto per noi abbastanza umiliante tra due mentalità e due modi di considerare le vicende giudiziarie. In un tempo relativamente breve (soltanto un mese e mezzo o poco più) l’accusa e la difesa hanno fatto indagini, setacciato documenti, indagato sulla personalità dei principali protagonisti della vicenda.

In poco tempo i difensori di Strauss-Kahn hanno avuto modo di sostenere con tutte le loro forze le ragioni del loro cliente e l’accusa non ha avuto esitazione a tornare sui propri passi in presenza di novità decisive per l’andamento del processo. Questo da noi risulterebbe totalmente impossibile, condividendo con gli Stati Uniti solo il peggio: la propensione alla gogna mediatica, alimentata e rafforzata dai giornali che in America hanno sposato con molta disinvoltura sin da subito l’assunto colpevolista. Altro che «inciviltà» americana.