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La relazione di Carrón all’assemblea della Compagnia delle Opere colpisce per la sua profondità umana, ma anche per il coraggio con cui intende colmare il divario fra parole e azioni, fra intenzioni e difficoltà dell’agire economico: infatti il vero banco di prova di un’autentica responsabilità d’impresa è il momento della crisi, che in tempi normali è fisiologica, ma in tempi eccezionali, come quelli che stiamo attraversando, richiede una consapevolezza dell’agire e del bene comune, che trascende la singola impresa.

Nell’atto costitutivo di qualunque impresa è prevista l’indicazione dell’oggetto sociale, ma non delle motivazioni e dei modi con cui realizzarlo: se si stabilisce un nesso fra questi diversi momenti, il che di regola non avviene, il tipo d’impresa che ne emerge ha una natura differente da quella tradizionale, perché del suo atto costitutivo fanno idealmente parte anche le motivazioni delle origini.

Non è ciò che di regola accade nel mondo delle imprese, perché anche qualora rimanga invariato l’oggetto sociale, cioè il motivo d’esistenza dell’impresa, possono cambiare sostanzialmente le motivazioni originarie, oltre che gli strumenti per realizzare gli obiettivi. L’entusiasmo dell’imprenditore che si tuffa nel suo lavoro con la convinzione di conquistare il mondo intero, o almeno una sua parte, non è una qualità umana che possa essere facilmente trasmessa ed è per questo motivo che la transizione generazionale delle piccole e medie imprese italiane, da padre in figlio o figlia, sono più complesse rispetto all’avvicendamento manageriale delle public companies.

La situazione diviene ancora più difficile quando si tratti di conservare l’entusiasmo di motivazioni fondate su valori cristiani, che pongono al centro il valore dell’uomo, della sua vita e dignità, con un entusiasmo da difendere nel confronto quotidiano, spesso logorante, della competizione di mercato, con imprese e comportamenti motivati esclusivamente dall’accumulazione del capitale. La complessità del compito appare evidente quando si considerino imprese con obiettivi socialmente rilevanti, ma ugualmente da condurre con spirito imprenditoriale, come nel caso del Banco Alimentare, ed è altrettanto complessa quando una più vasta moltitudine d’imprese si trova a competere su mercati tradizionali, nazionali e internazionali.

La questione va al cuore del processo dello sviluppo economico, se appena si considera il ruolo di ciò che tradizionalmente viene chiamato capitale umano, e che invece riteniamo più ricco e qualificante denominare “ricchezza umana”, per distinguerla in modo chiaro dal capitale materiale e finanziario: la “ricchezza umana” si compone di abilità cognitive, come la capacità di risolvere problemi, e abilità non cognitive, costituite da valori, motivazioni e qualità umane. Si riconosce oggi con chiarezza come la “ricchezza umana” sia davvero il fondamento della “ricchezza delle nazioni”, soprattutto per paesi come l’Italia in cui le risorse umane sono il principale motore dello sviluppo.

 

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