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Uno a uno, a partire dalla notte di martedì, i minatori intrappolati dal 5 agosto a meno 700 metri nella miniera cilena di San José, nel deserto di Atacama, sono stati lentamente riportati allo scoperto. Mentre parliamo con Toni Capuozzo, che è stato sul posto una settimana e offre le sue impressioni, le operazioni sono in corso, seguite in diretta dalle testate di tutto il mondo.

Mario Sepulveda, uno dei minatori, quando lo hanno tirato fuori ha detto: “stavo con Dio e con il diavolo. Hanno lottato per avermi ed ha vinto Dio, mi ha afferrato, in nessun momento ho dubitato che Dio mi avrebbe tirato fuori di là”…

«Non si possono far i conti con questa storia senza imbattersi in una grande manifestazione di fede, di speranza, di convinzione nella gente che la tecnologia e la volontà degli uomini possono fare moltissimo, ma non tutto. E allora, come a San Josè, quello che ti accompagna è la fede. Fin dai gesti più semplici. È impossibile raccontare questa grande storia solo come un’avventura semplicemente umana e di tecnologia, perché dappertutto, nell’accampamento, c’è sempre qualcosa che rimanda alla fede di quegli uomini».

Lei è stato per una settimana nella zona della miniera, che cos’ha visto?

«I minatori si sono fatti mandare di sotto le statue per costruire uno di quegli altarini di cui sono piene le strade del Cile, piccoli santuari li chiamano, ma si tratta solo di qualche figura sacra, di qualche candelina, un ex voto. Troppo spesso pensiamo al cristianesimo in Sudamerica come una caratteristica un po’ folcloristica di quelle terre, ma quello che accade laggiù ribalta tutto questo, lo si vede a colpo d’occhio. Si respira una fede grande, sia sopra la terra che sotto. Forse anche per questo, tra tutte le reti che sono sul posto, non ho visto tv del mondo islamico».

Qual era il clima sul posto, alla vigilia delle operazioni di recupero?

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