da Tracce
 
«Sgomento»: si parte da qui, dal «primo effetto che ha su di noi questa
valanga di fango e di caos». Anticipiamo da Tracce di febbraio un commento
sulle vicende italiane dell’ultimo periodo

«Sgomento». Ha usato questo termine, il cardinale Angelo Bagnasco, per
accennare ai fatti che occupano le prime pagine da giorni. È una parola
vera. Basta guardarci, per accorgersene. Sorprendere il primo effetto che
ha su di noi questa valanga di fango e di caos.

Prima della repulsione di fronte allo squallore che viene a galla. Prima
della ribellione per una battaglia politica fatta via inchieste e
provvedimenti giudiziari, che sta mettendo a rischio il bene di tutti.
Forse addirittura prima della rabbia e della pena per un Paese che avrebbe
bisogno di tutt’altro e si ritrova impantanato tra bungabunga ed annizero.
Prima di tutto questo, o comunque dentro tutto questo, se siamo leali il
contraccolpo ha davvero quel nome: sgomento. Ovvero, malessere. Disagio.
Per un modo di trattare cose e persone triste di suo, e reso ancora più
amaro se accompagnato dall’illusione di potere tutto, anche sfuggire al
tempo. Per la menzogna di chi si aspetta che «a cambiarci la vita» sia
qualche busta piena di euro, intascati magari dando in cambio te stessa o
spingendo tua figlia a sgomitare per farlo. E anche per come si usa di
tutto ciò per attaccare un avversario che non si è riusciti a buttar giù a
forza di voti ed elezioni. Sesso, soldi e politica. «Lussuria, Usura e
Potere», come diceva Eliot. In fondo, la vicenda è sempre lì. Le
tentazioni eterne, di sempre e per tutti.

Certo, sulle inchieste serve chiarezza. Se c’è ipotesi di reato (reato,
non peccato: quello, fino a prova contraria, non riguarda i pm), si
indaghi, e in fretta. Così come è urgente che ognuno torni a fare il suo
mestiere, che politici, giudici e media si rimettano al servizio del bene
comune – vocazione che in gran parte stanno smarrendo – anziché «tendersi
tranelli», come ricordava il cardinale Bagnasco, aggiungendo che «dalla
situazione presente nessuno ricaverà motivo per rallegrarsi né per
ritenersi vincitore». Ma non perdiamo l’occasione per prendere sul serio
quel contraccolpo iniziale, quel turbamento. Non spostiamoci – o non
lasciamoci spostare – sulla sempiterna “questione morale”, sull’incoerenza,
sulla debolezza umana. Fatti serissimi, di cui tenere conto, ma che
arrivano dopo, perché in fondo lo sappiamo che è difficile mettersi nei
panni di chi scaglia per primo la pietra. Un istante prima, invece, c’è
quel disagio, quell’inquietudine profonda. Che, se viene presa sul serio,
porta a una domanda: ma chi può salvarci da questo? Chi può tirarci fuori
da un modo così avvilente di trattare se stessi e gli altri? C’è qualcosa
che possa riempire la vita più di sesso, soldi e potere o tutto ciò a cui
possiamo ridurre il nostro desiderio di felicità? Qualcuno capace di
attirare tutto di noi a sé, perché – finalmente – basta al nostro cuore?
Chi può salvare l’umanità di Berlusconi, di chi gli gira intorno, di chi
gli dà addosso – e mia, qui e ora? La salvezza, la pienezza dell’umano,
non verrà dalla politica, se mai ci fosse stato bisogno di conferme. Né
dai giudici. Ma da chi, allora?

Qui lancia la sua sfida il cristianesimo. Qui, ancora una volta, ci
provoca fino in fondo Cristo. L’Unico che ha la pretesa di rispondere al
nostro bisogno di felicità. L’Unico che può generare una morale, cioè
salvare l’umano: sfidarlo con un fascino più potente del resto – di
tutto – e attrarlo a Sé, fino a cambiarlo. Perché è l’Unico che gli
riempie il cuore.

Ma qui si capisce anche il realismo dei criteri che la Chiesa ha sempre
usato per giudicare la politica e i politici: il bene comune, appunto, e
la libertas Ecclesiae, prima e più della coerenza e dell’ineccepibilità
morale del singolo. Sembrano non c’entrare nulla. Invece entrano nel
merito fino in fondo. Perché se è solo Cristo che salva l’umano,
salvaguardare la Sua presenza nella storia – la Chiesa – vuol dire
lasciarGli spazio nel mondo, qui e ora. Vuol dire aprirsi alla possibilità
che potenti e soubrette, magistrati e giornalisti (e noi, con loro)
incontrino qualcosa per cui vale la pena vivere, e cambiare.

È questo che chiediamo alla politica. Non la salvezza, ma che lasci spazi
di libertà a questo luogo che salva anche la politica, perché rende
presente nel mondo qualcosa che non ha paragone con Usura, Lussuria e
Potere. Qualcosa di infinitamente più grande. Qualcuno di vero.