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Si sta discutendo molto di moralità (pubblica e privata), di puritanesimo e libertinismo, di lassismo e rigorismo. La confusione non manca, in particolare quando si tira in ballo il ruolo del cattolicesimo.

Di solito, si accusa la Chiesa cattolica di essere l’arcigna custode e la rigida propagatrice di una morale repressiva, fatta di divieti, triste. In questi giorni, la frittata è stata capovolta. La Chiesa cattolica, in realtà, sarebbe lassista, chiuderebbe spesso gli occhi sui difetti morali dei suoi fedeli, lascerebbe facilmente correre, evitando la giusta condanna del reo, soprattutto se potente. La prova? Il sacramento della confessione.

Che moralità può mai salvaguardare una religione che consente al peccatore di liberarsi della sua colpa col semplicissimo ricorso all’assoluzione sacramentale? Che garanzia di purezza può mai dare se, col facile ricorso al confessionale, si può cancellare il proprio peccato? Sarebbe questa, tra l’altro, la causa per cui nel nostro Paese l’etica pubblica è così malconcia. Ci è mancata una robusta iniezione di protestantesimo, quello che avrebbe forgiato il ferreo rigore delle popolazioni nordiche.

Ovviamente, la Chiesa cattolica – dicono – non è così tenera coi peccatori per profonda convinzione. La sua natura rimane quella di rigorosa moralista. Se accetta un po’ di elasticità è perché ne trae vantaggi di carattere politico, benefici mondani. Il cardinal Federigo Borromeo dei Promessi sposi non ha perdonato l’Innominato perché così gli impone la sua missione sacerdotale e perché in questo modo cerca come può di imitare l’atteggiamento del Maestro che perdona tutti, lui per primo.