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Che cos’è la libertà, oggi? A cosa l’abbiamo ridotta? Non c’è dibattito politico o culturale, in tv o sui giornali, che non presupponga – magari senza che se ne parli apertamente – una certa idea della libertà, che io rifiuto completamente perché si fonda su un ricatto morale.

Per esempio, un intellettuale o un giornalista che oggi si dichiarino a favore di Berlusconi suscitano nel mondo culturale un moto di odio o, peggio, di compassione perché ritenuti non liberi. Essere dalla parte del Cavaliere significa, ipso facto, non essere uomini liberi. Con uno così, è il pensiero di molti, si può stare solo se si è pagati.

Viceversa, chi è antiberlusconiano è, ipso facto, un uomo libero. Il perché non è chiaro, ma è così. Non è certo l’opposizione al potere. Infatti un vero oppositore del potere dovrebbe continuare a esserlo anche quando gli antiberlusconiani vincessero. Ma gente fatta così non ce n’è molta. I più, da una parte come dall’altra, sono uomini di regime.

Io non ho nessun disprezzo per gli uomini di regime. Ogni regime – quello che c’è, quello che c’era e quello che ci sarà – ha i suoi uomini, dignitosi e rispettabili come tutti.

Mio papà, a Milano, durante la guerra fu imprigionato perché antifascista. Aveva diciott’anni, e altri ragazzi della sua età – soldati fascisti – lo fecero scappare. Nonostante i tempi grami, c’era, tra quei ragazzi, una considerazione della dignità umana maggiore di quella che incontriamo nei luoghi dove si fa cultura oggi.

 

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