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Editoriale Giornale di Brescia 19 giugno 2011
 
Dopo l’incidente di Fukushima la Germania ha deciso il dietrofront nel nucleare. Il governo tedesco ha approvato, infatti, il disegno di legge che fissa al 2022 la chiusura dell’ultimo reattore nucleare. La Germania è diventata, così, la prima potenza industriale a rinunciare all’energia atomica, finora garantita da 17 reattori che forniscono il 22% della produzione lorda di elettricità. Una decisione controversa che merita un approfondimento anche alla luce dei risultati del referendum che ha imposto la definitiva uscita dell’Italia dall’atomo.
Vediamo dunque la situazione tedesca: otto dei 17 reattori del Paese saranno chiusi immediatamente, gli altri nove si spegneranno gradualmente tra il 2015 e il 2022. Per compensare, il governo tedesco vuole puntare sulle rinnovabili, in particolare sulla costruzione di centrali eoliche off shore, aumentare la produzione di energia nelle centrali a gas o a carbone, promuovere il risparmio energetico.
Le reazioni e i dubbi sull’abbandono del nucleare da parte della Germania stanno alimentando un acceso dibattito: il problema è come sostituire l’energia garantita dalle centrali nucleari con una gestione che sia allo stesso tempo rispettosa dell’ambiente, sicura e per quanto possibile meno costosa. Ovvero, può un Paese manifatturiero, con settori energivori quali l’industria siderurgica, chimica e meccanica fare a meno del nucleare senza gravi conseguenze economiche?
Nel breve periodo, cioè nel prossimo inverno, c’è incertezza sulla gestione dei rischi di black out. I gestori degli impianti e delle linee ad alta tensione e l’Agenzia federale delle reti ritengono che «la situazione resta sotto controllo durante il semestre estivo, ma che l’autunno e l’inverno saranno segnati da tensioni». Di diverso avviso gli esperti di energia dell’Istituto Diw, secondo i quali la produzione di energia elettrica è sufficiente, il problema sta nella stabilità della rete. In sostanza, la chiusura entro fine anno degli otto reattori più vecchi, che pesano solo per 8,5 gigawatt sulla capacità totale di produzione di energia della Germania, pari a 920 gigawatt, non impedisce al Paese di coprire il suo fabbisogno.
Tuttavia, la decisione di fermare immediatamente i reattori più vecchi pone problemi di distribuzione. Per funzionare bene una rete elettrica deve avere su tutto il territorio una tensione omogenea che può risultare non garantita in una giornata fredda e ventosa, se per esempio la Baviera (che si trova a sud) raggiunge un picco di consumo, mentre le turbine eoliche installate a nord della Germania sono a loro volta in sovraccarico sulla rete elettrica. Per questo motivo, i principali operatori della rete elettrica in Germania hanno chiesto al governo un rinvio per una o due delle otto centrali che dovrebbero essere chiuse. Secondo indiscrezioni almeno una delle otto centrali dovrebbe essere messa in stand-by e non chiusa subito, anche se rispetto a questa ipotesi gli operatori della rete si sono dimostrati scettici in quanto un reattore nucleare non può essere riattivato con un interruttore switch-off.
A parte questi problemi contingenti, va sottolineato che l’abbandono del nucleare e lo sviluppo delle rinnovabili richiedono consistenti investimenti, che il Fraunhofer Institute ha quantificato in circa 245 miliardi di euro, la cui realizzazione deve essere accelerata rispetto a quanto previsto nel precedente piano energetico. Da questo punto di vista, sembrano esserci i presupposti perché l’operazione possa andare a buon fine. La combinazione di un chiaro obiettivo di pianificazione per il progressivo abbandono dell’energia nucleare e di un forte incoraggiamento allo sviluppo delle energie rinnovabili ha creato un ambiente straordinariamente dinamico in Germania. Le agenzie dell’energia regionali, sotto l’autorità dei Lander, sono state determinanti nel pianificare e realizzare la messa in atto del programma varato dal governo nel 2000. L’energia totale fornita dalle rinnovabili è triplicata dalla fine degli anni ’90, sono stati creati centinaia di migliaia di posti di lavoro e le tecnologie dell’energia rinnovabile sono diventate una delle principali voci dell’export tedesco. Ma non tutto è andato bene: la produzione di elettricità con fonti rinnovabili è aumentata quanto il consumo totale di elettricità, durante lo stesso periodo. Di conseguenza, le emissioni di anidride carbonica del settore di generazione dell’energia non sono sostanzialmente variate rispetto agli anni ’90.
Si tratta di un risultato deludente, perché l’unificazione della Germania orientale ed occidentale aveva portato ad una naturale riduzione del contenuto di carbonio e del consumo di energia nell’est del Paese, a causa della chiusura delle centrali e dei settori obsoleti. La sostituzione parziale di energia nucleare con energia prodotta da centrali a gas e a carbone rischia quindi di aggravare questo problema e di non consentire alla Germania di raggiungere, entro il 2020, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica nei limiti fissati dall’Ue. 
Gianfranco Tosini