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Big Society, Grande Società. Come già rilevato ieri nell’editoriale del sussidiario, ecco un’interessante occasione di pensiero e discussione affiorata in questo inizio d’anno nazionale tra le macerie del teatrino della politica alla maniera della Seconda Repubblica (in cui la riforma elettorale acquista lo stesso spazio di rivalsa e furore dei metri quadri calpestabili di una casa a Montecarlo). Ne ha parlato il ministro Sacconi con ilCorriere della Sera, che sta cercando lodevolmente di tenere aperto il confronto con editoriali e commenti. Dove ci si domanda se le idee alla base del conservatorismo di David Cameron possano essere utilizzabili anche in Italia.

Fatte salve certe diversità “etniche” e la verifica della loro reale applicazione in Gran Bretagna, queste idee sono riassumibili nello slogan “più società e meno Stato”, ed espresse in vario modo dai concetti “capitale umano”, “corpi intermedi”, “sussidiarietà”, “autorganizzazione della società civile”, “libertà di scelta”, “welfare society”, “sistema dei buoni” (scuola e salute innanzitutto) e così via. Ai lettori del sussidiariorisulteranno concetti molto familiari, dal momento che campeggiano da diversi lustri sulle bandiere della Compagnia delle Opere e della Fondazione per la Sussidiarietà, alimentano le politiche della Regione Lombardia, generano incontri al Meeting di Rimini.

E’ dalla frequentazione di questi mondi che Philip Blond (lo ha detto lui stesso al Corriere) ha sviluppato la teoria della Big Society. E Philip Blond, presente anche all’ultima edizione del Meeting, è stato citato dall’Economist e dal Financial Times come uno dei principali ispiratori di Cameron. Così funziona la catena di un pensiero considerato inglese ma che in realtà ha un “imprinting” (matrice) molto italiano e molto cattolico, almeno di quel nostro cattolicesimo non ammalato mortalmente di statalismo.

E’ bene ricordarlo non per ragioni di gretto campanilismo – alla fine ciò che conta è che le buone idee circolino – ma per rispondere con un sì convinto alla questione della adattabilità di quel pensiero al nostro panorama istituzionale e sociale (mentre ad esempio Piero Ostellino ne ha violentemente sostenuto l’impossibilità poiché in Italia tutto sarebbe orribile). La differenza vera è che se qui tale pensiero non è arrivato a diventare un manifesto politico nazionale come accaduto in Gran Bretagna è per la pochezza e l’autoreferenzialità della nostra vita politica, tuttora perduta nei suoi bizantinismi.

Essa, invece di scatenarsi e litigare per la Big Society dopo la bella intervista di Sacconi, ci ammorba con le cene di Arcore e l’ennesimo impazzimento tra governo di transizione ed elezioni subito: riti di autooccupazione che per di più quasi tutti i media nazionali considerano più importanti dell’assassinio di un sindaco. E’ un tema, questo del cambiamento sostanziale delle relazioni tra persona comunità e Stato, che meriterebbe la priorità delle attenzioni e delle energie, che porterebbe a buon fine la vis polemica oggi sprecata in scontri insensati, che dovrebbe scaldare i cervelli di tanti think tank nati a ridosso nemmeno dei partiti ma dei singoli politici (fenomeno della nevrosi particolaristica italica: ormai se non c’hai la fondazione non sei nessuno).

Tanto tempo politico è già stato smarrito, il tempo prezioso e non risarcibile della cosiddetta Seconda Repubblica, che si è rivelata incapace di raccogliere un patrimonio di idee “open source” (disponibile gratuitamente, come dimostra il caso inglese), sul quale impiantare la vera Grande Riforma di cui abbiamo necessità. Possiamo provarci con una Terza Repubblica?