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Il saggio diplomatico e profondo, equilibrato conoscitore della situazione, la commenta così: “Tra poco compirò 67 anni. Quelli della mia età che vivono lì non hanno mai sperimentato quel che significa vivere in pace. Per non parlare dei bambini, dei giovani, dei quarantenni che dovrebbero essere in prima linea nella vita pubblica. Tutti soldati o tutti prigionieri, tutti con un dolore per la morte di un fratello o di un figlio…Non è giusto, non è umano”.

 

Israele, Palestina, Terra Santa: un luogo che per essere definito ha bisogno di tre nomi, perché uno solo escluderebbe qualcosa d’altro. E qualcosa d’altro significa persone, famiglie, popoli, storie. Da generazioni intere guerra o quasi guerra. In queste settimane la tensione ha nuovamente raggiunto punte altissime e i saggi osservatori profetizzano l’esplosione di un nuovo conflitto aperto. Perché nella regione dai tre nomi la guerra non è un modo per proseguire la politica, ma per precederla.

 

Dove non c’è politica, nel senso di una proposta, di una prospettiva, di un cammino percorribile, si fa la guerra e poi si vede. Potrebbe essere una terza intifada, o uno scatenarsi di carri armati (a seguito del solito missile sparato da Gaza), o eventi di confine. Con in più le fosche incognite che incombono sui Paesi arabi: la Giordania ha chiaramente manifestato la sua rabbiosa critica all’attuale governo israeliano, l’Egitto è entrato in una delicatissima fase di successione a Mubarak, la Siria dopo tanti tira e molla si salda sempre più all’Iran e il Libano resta imprigionato nella sua stessa impotenza (e nella frattura storica all’interno della componente cristiana). Poi il nervosismo evidente degli Stati Uniti,

 

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