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Una sera, in una discussione con un direttore di giornale, veromaitre a penser di un’affascinante e seguitissima ideologia minoritaria, toccai un tasto che improvvisamente lo fece andare in bestia. I toni si fecero accesi, al limite dell’insulto e mi fermai prima che la polemica, già trascesa, diventasse irreparabile.

 

La cornice del battibecco era la guerra di Bush in Iraq. Lui ne era e ne è un accesissimo sostenitore, e più cercavo, insieme a un amico, di mettere sul tavolo i problemi irrisolti e le ragioni insufficienti di quella scelta davvero storica (forse nessun atto come quello sta segnando l’intera nostra epoca), più spingevo per rendere un po’ meno granitiche le certezze senza possibile replica dell’interlocutore, più le strade della discussione si chiudevano.

Ma fino a quel momento si poteva ancora ragionare, in fondo ci trovavamo in un dopocena semifamiliare, e c’era grande affettuosa stima reciproca. Lo scoppio fu alla pronuncia della parola “cristiani”. La guerra aveva imposto loro una sorte amarissima. Gli americani non se ne erano minimamente interessati, né erano corsi ai ripari quando i cristiani erano diventati bersaglio facile degli islamisti.

Dicevo che questa era una delle conseguenze più atroci di quella che appariva come un’incredibile, terrificante mancanza di strategia e di previsione. La morte e la fuga di un intero popolo, come si può trascurare questo aspetto quando si parla della guerra? Con le sue ultime forze il povero Giovanni Paolo II aveva energicamente, disperatamente, cercato di fermare la macchina dell’invasione che sapeva avrebbe travolto i cristiani e con loro il lumicino della libertà religiosa e della libertà di coscienza. Ma tutto questo per il nostro interlocutore non contava. Anzi, suonava come una odiosa, machiavellica giustificazione dell’inazione cattolica di fronte all’infame regime di Saddam, che aveva sterminato i curdi, che minacciava Israele, ecc.