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Il sussidiario.net 17 Dicembre 2009
 
 

In quel salotto londinese la storia avrebbe potuto prendere un’altra direzione: un giorno all’inizio del secolo scorso, di ritorno da un viaggio nei possedimenti inglesi dell’Africa nera, lord Chamberlain ricevette in visita Teodoro Herzl e sorseggiando un tè gli disse: “Sono tornato dall’Africa orientale, ho visto un Paese per voi: l’Uganda, dove c’è un clima eccellente per gli europei e tra me e me ho pensato: ecco un posto per il dottor Herzl”.

 

In quel periodo il fondatore del sionismo bussava alle porte delle Grandi Potenze alla ricerca di una terra per gli ebrei dell’Europa orientale, russi soprattutto, stanchi dei continui pogrom e delle ondate antisemitiche che squassavano la vita di quelle comunità. La proposta inglese non gli dispiacque e la riferì al Congresso ebraico del 1903 come una interessante “soluzione transitoria”.

 

Ma il Congresso non si fidò e in quella e nelle sessioni successive bocciò l’opzione ugandese: l’unica terra per gli ebrei era e doveva essere la terra dei Padri, la Palestina. La storia non prese quella direzione e nel 1917, a Grande Guerra ancora in corso e mentre l’inviato di Londra colonnello Lawrence prometteva agli arabi la creazione di un grande regno in cambio della loro rivolta contro l’Impero Ottomano, il governo di Londra riconosceva agli ebrei il diritto a un “focolare domestico” in terra palestinese.

 

“Focolare domestico”. Una ben strana espressione con la quale la maggior parte dei testi in italiano traducevano la parola inglese homeland, anch’essa in verità piuttosto equivoca: si trattava di uno Stato, di una terra, di una proprietà? E con quali confini, con quale assetto? In quegli anni il problema sembrava (agli inglesi) ancora contenibile.