Corriere della Sera 19 marzo 2011

Il segretario dell’ Associazione dei magistrati Giuseppe Cascini si è comportato da estremista e da autolesionista. Contestando la «legittimità» di un governo a occuparsi di giustizia, ha offerto un’ immagine oltranzista e politicamente fanatica della magistratura. E ha inoltre regalato un formidabile argomento a chi accusa una parte della magistratura di perseguire scopi politici attraverso l’ arma giudiziaria. Un duplice, gravissimo errore. Alla magistratura va rivolto lo stesso invito solitamente rivolto a Silvio Berlusconi: rispettare la giustizia, l’ istituzione, i compiti che la Costituzione assegna a ciascun protagonista istituzionale. Il compito della magistratura è di sanzionare reati specifici e non una presunta «legittimità» morale di chi ha ottenuto la maggioranza attraverso una libera consultazione popolare. Di occuparsi della responsabilità penale dei singoli e non della qualità culturale e politica di una maggioranza parlamentare. Un governo può essere criticato, ma negare ad esso i titoli morali per governare è democraticamente inammissibile in generale, ma ancor più deplorevole da chi esercita una funzione pubblica delicatissima che condiziona la vita e la libertà dei cittadini. Naturalmente Cascini invocherà il diritto di parola riconosciuto a tutti i cittadini, come del resto ha già fatto il magistrato Ingroia che non trova nulla di inopportuno nel fare i comizi contro il presidente del Consiglio. È vero: il diritto di parola è inviolabile. Ma allora è altrettanto legittimo il diritto dei cittadini di non fidarsi di magistrati politicizzati che contravvengono a elementari condotte di imparzialità. Non si può contemporaneamente invocare la libertà di parola e denunciare come «delegittimazione» della magistratura l’ accusa rivolta a quest’ ultima di essere subordinata a logiche politiche. Se si accusa il premier di non essere moralmente legittimato a governare, come si fa a contestare allo stesso premier il diritto di non ritenere legittimi i magistrati che si occupano di lui? Esiste, nelle norme non scritte del dibattito pubblico, la regola della reciprocità: se vale il diritto di attaccarmi, c’ è anche quello di attaccare chi mi attacca. Ma se si va avanti così ci si fa risucchiare in una spirale ritorsiva senza fine. Se non si pone un limite alla virulenza delle accuse lo scontro tra politica e magistratura non conoscerà mai una fine. Ecco perché, mentre si chiede al premier di difendersi «nei» processi e non «dai» processi, è necessario chiedere anche ai magistrati di occuparsi dei processi e non della qualità morale dei governi. Alla maggioranza si chieda una riforma della giustizia equilibrata e che non suoni come una vendetta contro la magistratura, ma alla magistratura si deve chiedere di non incendiare la discussione pubblica, di non fare politica, di parlare attraverso gli atti giudiziari, di attenersi scrupolosamente a quelle norme, anche stilistiche, che confermino persino l’ immagine e l’ apparenza dell’ imparzialità. Se i magistrati hanno da contestare singole parti della riforma della giustizia, è giusto che siano ascoltati. Ma senza arrogarsi compiti di magistero morale di cui non sono titolati, né sul piano personale né su quello istituzionale. Fermandosi tutti, prima che sia troppo tardi. Pierluigi Battista RIPRODUZIONE RISERVATA

Battista Pierluigi

Pagina 001.014
(19 marzo 2011) – Corriere della Sera