Corriere della Sera 5 maggio 2011
 
«Non scherziamo». Non sarà lei l’erede politica del padre, ma Marina Berlusconi, alla guida della Fininvest, la cassaforte della famiglia, e della Mondadori, dal padre deve aver ereditato perlomeno la passione per la politica. Non si tira indietro davanti a temi delicati, come la partecipazione dell’Italia alla coalizione anti-Gheddafi, o che riguardano la sua famiglia e le società. Dallo scandalo Ruby alle «leggi ad aziendam». E dice la sua sulle ultime vicende che hanno riguardato Mediobanca e Cesare Geronzi.

Ecco, Mediobanca. Si parla di riassetti del patto di sindacato, di un’eventuale riduzione delle quote, e voi?
«In Mediobanca ci siamo e ci restiamo. È un investimento di medio-lungo periodo, fatto pensando solo ai risultati, e siamo certi che ci potrà dare grandi soddisfazioni. Mediobanca ha ottimi manager, che hanno dimostrato di saper gestire bene e saper fare scelte lungimiranti».

Per innovare hanno innovato. Geronzi, banchiere molto apprezzato da suo padre, dopo un anno non è più presidente di Generali…
«Se vuole tirarmi dentro il solito giochino del chi ha vinto e chi ha perso, meglio che lasci stare. Chi ci vuol collocare in uno schieramento piuttosto che in un altro o è in malafede o non ha capito nulla del nostro modo di essere imprenditori: con la finanza non abbiamo mai voluto avere rapporti di potere, ma sempre e solo relazioni che avevano e hanno come unico obiettivo il sostegno e lo sviluppo delle nostre aziende».

Fatto sta che fu proprio suo padre a definire Geronzi «l’unico banchiere che non vota alle primarie dell’Ulivo».
«Che a sinistra abbiano sempre strizzato entrambi gli occhi a banche e banchieri mi pare incontestabile. Ma un gruppo responsabile come il nostro, che deve rispondere anche a centinaia di migliaia di azionisti, non guarda a eventuali simpatie politiche. Abbiamo sempre lavorato con tutte le principali banche».

È normale, ma con delle banche preferite…
«Vorrà pur dire qualcosa il fatto che tra queste banche c’è anche Montepaschi: non mi pare che da quelle parti tiri aria di berlusconismo. Con Geronzi c’è sempre stata reciproca collaborazione e grande lealtà. Fu uno dei banchieri, non l’unico e nemmeno il più rilevante come impegni verso di noi, che all’inizio degli anni 90, in una fase delicata per il gruppo, credette in noi e ci diede fiducia. E fece, come gli altri, un ottimo affare per la propria banca».

Rischiate di staccare un bell’assegno a Carlo De Benedetti, visto che, dopo la pesante condanna in primo grado, è in arrivo il verdetto d’appello per la causa civile legata alla contesa sulla Mondadori.
«Su questo non ho nulla da dire, se non che attendiamo la sentenza con la serenità di chi sa di essere totalmente dalla parte della ragione. Ho invece molto da dire su De Benedetti e ancor di più sui suoi giornali, che da quasi vent’anni hanno un solo obiettivo: distruggere il presidente del Consiglio attraverso un linciaggio sistematico. È dal 1994 che la vita del Paese è avvelenata dal rapporto perverso tra certa magistratura e certa informazione».

Lo vede che è lei a buttarla in politica…
«Macché… Non voglio parlare di politica, ma di questa quasi ventennale anomalia che nasce proprio da un’assenza di politica. Perché l’opposizione ha rinunciato a svolgere il suo ruolo e spera soltanto nei plotoni di esecuzione mediatici e giudiziari, che tengono nel mirino anche le nostre aziende. Nel caravanserraglio degli anti-Berlusconi c’è un po’ di tutto. Un gruppo di pm, giornalisti e teatranti che sulla caccia al Caimano hanno costruito solide carriere. Ci sono gli eterni invidiosi che avrebbero voluto essere come mio padre ma non ci sono mai riusciti. E poi una pletora di personaggi che degli invidiosi sono parenti prossimi».

E chi sarebbero costoro?
«Gente che pur avendo tratto molti vantaggi dal rapporto con mio padre, si lascia schiacciare da un complesso di inferiorità che paradossalmente la porta a detestare chi l’ha sostenuta. Una vera e propria patologia, l’hanno chiamata "sindrome rancorosa del beneficato"».

Sì, ma faccia anche dei nomi…
«Ai primi posti Gianfranco Fini. E nell’elenco ci sono politici e non, uomini ma anche donne. Un gran brutto spettacolo, glielo assicuro, a cui, soprattutto in certi casi, avrei davvero voluto non dover assistere».

Caravanserraglio o no, magistratura e stampa fanno solo il loro lavoro.
«Beh, intanto c’è una questione di coerenza. Non ci stiamo a farci fare la morale da chi sarebbe meglio guardasse innanzitutto in casa propria. Le faccio un esempio, inedito. Ricorderà la polemica avviata e cavalcata da "Repubblica" sulla presunta "legge ad aziendam" per un contenzioso fiscale che riguardava la Mondadori, le paginate dedicate ai turbamenti di alcuni nostri autori di fronte alla vicenda».

D’accordo. E allora?
«Lo sa quante altre aziende, oltre alla Mondadori, hanno utilizzato questa presunta "legge ad aziendam"? Centosettantasette. E chi c’è nell’elenco? Proprio il gruppo di De Benedetti, con l’editrice di "Espresso" e "Repubblica", che rischiava di dover pagare al fisco fino a 45 milioni. Sissignore, in silenzio hanno usato quella stessa norma che pubblicamente, per mesi, li ha fatti gridare allo scandalo. Chissà se, di fronte a tanta coerenza, magari ora qualche caso di coscienza ci sarà fra le loro grandi firme. Ne dubito. Ma tutto questo posso dirlo o mettono anche me alla guida della macchina del fango? Oppure magari dalla vera macchina del fango, la loro, riceverò anche io i miei schizzi?».

Ho capito dove vuole arrivare, dalla macchina del fango si passa a Saviano, alle polemiche sulla Mondadori: un canovaccio già letto.
«No, su questo tutto quel che avevo da dire l’ho già detto. Ma sul fatto che "Repubblica" sia la vera Formula 1 del fango non c’è dubbio. Guardi il caso Noemi, guardi il caso Ruby: lì ha dato il meglio di sé e il peggio per il Paese. In buona compagnia, purtroppo».

Ora anche lo scandalo Ruby è solo fango.
«Non voglio parlare di uno scandalo Ruby semplicemente perché non esiste».

Ma come? Le ragazze, le feste…
«Il vero scandalo è l’inchiesta Ruby. Un’inchiesta "farsa". Ma questo non conta. In realtà non si punta a una condanna e nemmeno al processo in aula. Quel che conta è il processo sui giornali e in tv. L’operazione è diabolicamente semplice. Si inventano accuse penali che non stanno in piedi, ma sono il pretesto per poter accumulare migliaia di verbali e di intercettazioni. Queste carte non contengono uno straccio di prova, però – e qui sta la chiave – sono "utili per ricostruire il contesto": in parole povere, per infamare mio padre. Eccola la macchina del fango: la procura produce, la stampa diffonde. Niente prove, solo "contesto", e il gioco è fatto».

Ma di fronte a certi racconti non ha provato nemmeno un minimo di imbarazzo?
«Mai, nemmeno per un istante. Quello che mi ha disgustato è ciò che hanno fatto a mio padre, e come l’hanno fatto. Ai nostri figli e nipoti non dovremo vergognarci di raccontare le cene di un presidente del Consiglio, dovremo vergognarci di raccontare lo scempio che è stato compiuto di leggi e regole per cercare di farlo fuori, con un vero e proprio assedio. Del resto è da quasi vent’anni che ci provano con qualunque pretesto, pensi, 29 inchieste, credo un record mondiale, e neppure una condanna che sia una».

Con tante prescrizioni…
«No, sono molte di più le assoluzioni e le archiviazioni. Io comunque continuo a essere serena, perché so che uomo è mio padre, che non ha mai fatto assolutamente nulla di male e sono sicura che, come sempre, saprà far valere le sue ragioni. E infatti guardi come sta reagendo di fronte a questa persecuzione infinita: andando lui, il presidente del Consiglio, in aula per difendersi punto su punto. Ma almeno evitiamo di chiamare questa barbarie giustizia e diritto di cronaca».

Sta contestando il diritto-dovere di informare?
«Quanto noi teniamo alla libertà di stampa, e alla libertà in assoluto, lo dimostrano meglio di tante parole i nostri vent’anni da editori in Mondadori. Ma il diritto-dovere di informare non può essere scambiato per il diritto di diffamare, non si può arrivare a spacciare consapevolmente per fatti quelle che sono mere opinioni se non vere e proprie falsità».

Mi pare un’accusa generica.
«Le faccio un altro esempio. Sono diciassette anni che tirano fuori pentiti e "superteste" per dimostrare che all’origine del nostro gruppo ci sono ombre mafiose. Naturalmente, uno dopo l’altro, dagli Spatuzza ai Ciancimino, questi signori si rivelano un bluff. Ma si fa finta di niente e si continua a calunniarci».

Le stesse accuse non valgono per «Il Giornale» della sua famiglia?
«Non capisco perché se si parla male di Berlusconi si tratta di un’inchiesta coraggiosa, se invece si parla male di qualcun altro, magari documentando il tutto, siamo al dossieraggio e al fango».

Che cosa pensi della stampa o parte di essa mi pare chiaro, ora mi dirà che la magistratura è una associazione eversiva.
«No, non lo dico e non lo penso: guai a identificare la magistratura con quel gruppo di toghe, molto potenti ma pur sempre una minoranza, che passano la vita tra un convegno contro Berlusconi e un talk show contro Berlusconi, e nei ritagli di tempo studiano come incastrare Berlusconi. Sappiamo tutti, invece, che la stragrande maggioranza dei magistrati fa il suo lavoro in silenzio e con la massima professionalità e onestà intellettuale».

Ramoscello d’ulivo? Ce ne sarebbe bisogno, in questi giorni l’Italia è in guerra per scelta del governo…
«Facciamo parte della Nato, abbiamo una posizione geografica particolare: vista la situazione, il governo ha fatto quanto era giusto fare».

Ma lei personalmente della guerra cosa pensa?
«È sempre una sconfitta della nostra civiltà. È orrore e morte, ma non solo. È una sconfitta dell’uomo, che tocca tutti, anche chi non ne è direttamente coinvolto: la guerra legittima l’omicidio e priva in questo modo l’uomo di quanto ha di più prezioso, la sua umanità, che significa innanzitutto rispetto per la vita, la propria e quella degli altri. Ma detto questo, credo anche che possano esistere guerre inevitabili. Purtroppo».

D’accordo che ha già smentito e che suo padre ha fatto altri nomi, ma la voce di lei in politica…
«Non scherziamo: ad entrare in politica non ho mai neppure pensato, non sarebbe un ruolo per me, mi piace il mio lavoro e il mio posto è nel gruppo Fininvest. E poi, ovviamente, la leadership politica non si trasmette per via ereditaria o per investitura, ciascuno se la deve costruire da sé e conquistare sul campo».

Tra problemi interni e internazionali, per suo padre la situazione appare in ogni caso molto complicata…
«Sa qual è la cosa che più mi piace di mio padre? Che è sempre rimasto se stesso. Tutto quello che è riuscito a fare, tutto quello che ancora farà, e sarà molto, non lo hanno mai cambiato. Né i trionfi né gli attacchi, neppure i più vergognosi. È rimasto un uomo che ama profondamente la vita, che sa vedere i lati positivi di ogni cosa, che non conosce rancore e ipocrisia e che si è sempre mantenuto fedele alle sue idee. E sa cos’è la cosa che mi rende più felice quando ci penso? Sapere che mio padre è così e così resterà. Per fortuna non cambierà mai».

Daniele Manca