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Martedì scorso al Parlamento di Strasburgo il Presidente della Commissione europea Barroso e il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy hanno presentato i risultati del Consiglio europeo appena concluso.  Sono tre le posizioni che si sono confrontate: la posizione britannica, che si è chiamata fuori dalle nuove regole perchè è storicamente restìa a concedere all’Europa quote della propria sovranità, la posizione del cosiddetto direttorio franco-tedesco e la posizione delle Istituzioni comunitarie.

Ritengo sia stato un bene per tutti, soprattutto per ciascuno dei nostri paesi, che questa volta abbiano prevalso le Istituzioni comunitarie, che hanno fatto sì che quell’accordo non si limitasse a 17 paesi della zona euro, ma si estendesse il più possibile. A chi, in nome di un nazionalismo sventolato come la soluzione a tutti i problemi, continua in maniera anacronistica a remare contro la costruzione europea, noi abbiamo risposto con umiltà e coraggio. Ventisei Governi hanno messo da parte una grossa fetta della propria sovranità perchè si sono resi conto che andare avanti mettendo i propri interessi di bottega davanti agli interessi dei popoli europei ci avrebbe portati tutti insieme all’inferno.

Le misure che abbiamo adottato durante l’ultimo Consiglio europeo, con la modifica del Trattato, sono un segnale estremamente importante per il processo di integrazione e per il rafforzamento dell’interdipendenza tra i Governi. Per proseguire con le riforme strutturali e con gli sforzi di risanamento di bilancio, per gettare le basi di un ritorno alla crescita sostenibile e contribuire in tal modo a rafforzare la fiducia in tutte le componenti della società europea era necessario uno sforzo comune. C’è stato uno slancio che da tempo non si verificava.

La Gran Bretagna, rifiutando il nuovo patto non ha di certo agito nell’interesse dell’Europa, ma ha agito ancor meno nell’interesse dei propri cittadini. Chi si ostina a voler mettere davanti a tutto la propria sovranità, non fa altro che desiderare di tornare all’Europa dei secoli scorsi, quando era un campo di battaglia permanente.

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