Il sussidiario.net 23 Dicembre 2009
 
Come spesso mi accade, lo scorso fine settimana ho fatto visita ai detenuti del carcere milanese di San Vittore. Tra questi c’era anche Massimo Tartaglia, l’uomo che il 13 dicembre ha aggredito il Presidente del Consiglio Berlusconi. Nessun cenno all’aggressione, a quei momenti concitati e lunghissimi in cui chi, come me, era in piazza Duomo, ha temuto un epilogo decisamente peggiore.

Tartaglia si è detto dispiaciuto. Mi ha detto che da ora in avanti vuole vivere senza guardare la televisione. Credo che questa non sia affatto una frase senza senso balzata alla mente di uno scriteriato attentatore. Credo invece che siano parole che devono far riflettere tutti quanti in Italia. Tutti dobbiamo sentirci chiamati in causa. Tartaglia si è accorto che la verità non è quella che appare, si è sentito tradito da qualcosa che gli sembrava tanto vero quanto terribilmente ingiusto.

Ora, dal carcere, comincia a pensare che forse il concetto di verità è qualcosa di più profondo e che nessun uomo può pretendere di possedere o, peggio, di insegnare al prossimo, oppure peggio ancora, di propagandare: vendendo, attraverso i mezzi di comunicazione a un paese intero una presunta verità che altro non è che ideologia. Per di più dicendo che quegli stessi mezzi di comunicazione sono inquinati dal padre padrone che ha in pugno quel paese.

Trovo in questo senso illuminante la frase di Sant’Agostino contenuta ne “La città di Dio” nella quale dice “Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l’aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell’ambizione di possedere, ma da una maggiore sicurezza nell’impunità”.