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Probabilmente non ne avremo mai la controprova, è difficile però non pensare che la campagna contro il Corano partita dagli Stati Uniti nelle scorse settimane abbia contribuito ad aumentare le tensioni e le violenze che ogni anno ci terrorizzano in prossimità dell’11 settembre.

 

Se è vero che le minacce del reverendo Jones costituiscono un gravissimo esempio di come la chiusura e la provocazione siano il peggiore degli strumenti che il mondo occidentale è chiamato a impiegare nei rapporti con l’Islam, è tuttavia parimenti inequivocabile il fatto che la maggior parte delle violenze compiute ai danni dei cristiani nel mondo spesso viene sottaciuta o passa in secondo piano. Quasi fossero morti di serie B, quasi come se ormai nel sangue dei nuovi martiri non ci sia più quel carattere di novità e di scandalo che serve ai fatti per diventare notizie.

Le scuole cristiane date alle fiamme pochi giorni fa in Pakistan e in India sono diventate notizia esclusivamente perché fatti legati agli strascichi polemici dei giorni precedenti. Questo è un fatto inquietante, perché in realtà la libertà religiosa costituisce una gravissima emergenza del nostro tempo e l’indifferenza generale contribuisce a gonfiare le proporzioni di un’escalation impressionante.

I segnali che giungono oggi da ogni parte del mondo ci consigliano infatti di non relegare il nostro interesse a un capitolo di un qualsivoglia manuale di storia. Negli ultimi dieci anni, nel nuovo millennio, sono più di 260 gli omicidi di religiosi in tutti i continenti. Ogni anni il numero dei morti è il doppio di quello precedente.

Certo, il Colosseo di Roma ci ricorda che già dal sorgere delle prime comunità la persecuzione accompagna la vita del cristianesimo. Per dirla con Sant’Agostino, “Si putas te non habere tribulationes, nondum coepisti esse christianus” (Se credi di non avere tribolazioni, non hai ancora cominciato a essere cristiano). Oggi però questo non deve e non può più essere ammissibile.

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