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La liberazione di Mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Cina), avvenuta ieri mattina, è una bellissima notizia, che purtroppo non rappresenta alcun segnale di cambiamento da parte del regime comunista di Pechino. Monsignor Jia è infatti già stato arrestato parecchie volte e poi rilasciato dopo mesi. 

Asianews riporta che durante questi periodi “egli viene segregato in una stanza e sottoposto a sessioni politiche personali, in cui si cerca di convincerlo a sottoscrivere l’appartenenza all’Associazione patriottica, l’organizzazione del Partito comunista che vuole edificare una chiesa nazionale senza legami con la Santa Sede”.

Martedì sera il vescovo, circondato da centinaia di suoi fedeli, ha potuto celebrare la Messa nella cattedrale del villaggio di Wuqiu, dove risiede. 
Anche se Pechino ha pubblicato un piano di azione nazionale per la tutela dei diritti, il 2009 è stato in Cina, secondo il rapporto mondiale del gruppo Human Rights Watch, l’anno nero per i diritti umani e la democrazia. E il 2010 non è di certo iniziato meglio. 

“La persecuzione contro cattolici, protestanti e le altre religioni” – scrive Bernardo Cervellera in un editoriale sui 60 anni della Repubblica popolare cinese, celebrati il 1° ottobre 2009 – “è avvenuta subito all’indomani della proclamazione della RPC. Fin dall’inizio, infatti, il maoismo si propone in modo programmatico di distruggere ogni religione come superstizione, o assorbirla come strumento di governo, controllata da organizzazioni alle dipendenze del partito. Così, da subito, personalità delle Chiese che lavoravano per il popolo – e che all’inizio avevano perfino guardato con simpatia l’arrivo dei comunisti” – “si trovano a resistere alla divinizzazione e all’assolutismo del potere, salvaguardando la libertà della propria coscienza”.