Seleziona una pagina
Da Tempi numero 7 – 23 febbraio 2011
 
Riportiamo questa interessante lettera di Berlicche al nipote Malacoda scritte da C.S. Lewis. Berlicche è il vecchio diavolo che insegna al nipote Malacoda come comportarsi con gli uomini. Le lettere finiscono arrivando alla radice dei comportamenti umani. Il Berlicche di Tempi affronta con lo stesso stile un tema di grande attualità.
 
 
Mio caro Malacoda,  visti i tempi, e dato che occorre sempre coglierne lo spirito, quello che soffia più forte, il mainstream per dirla con Oxford, bisogna, insomma, capire dove tira l’aria e mettersi a favore di brezza.
Visti i tempi, dicevo, oggi ti voglio raccontare tre storie edificanti. Si svolgono tutte e tre a Torino, triplice ex capitale del Regno d’Italia: politica, economica e culturale. Si dice anche che sia molto frequentata da adepti della nostra setta. Ma su questo preferirei sorvolare, ti basti sapere che su Torino non farei mai in prima persona la battuta attribuita a Gesù riguardo al desiderio di un suo tour turistico sulla terra. «Dove vuoi andare?» gli chiese suo Padre. «A Roma, non ci sono mai stato».
Le tre storie, dunque. La prima si svolge negli anni Settanta. 
Ha per protagonista principale un giovane cattolico democristiano torinese e per coprotagonisti dei meno giovani comunisti torinesi della stessa città. Erano tutti membri del Consiglio comunale, componenti di una delegazione in visita in Polonia, paese fratello per entrambi. Del primo per una questione religiosa (era il paese di quei due satanassi di Wyszynski e Wojtyla, purtroppo amati e seguiti dal popolo), dei secondi per affinità politica (al governo c’era il compagno Edward Gierek). Erano 
gli anni in cui si prendeva coscienza della “questione morale”, slogan inalberato poi nel 1981 dal capo dei comunisti italiani, Enrico Berlinguer, contro i “ladri” della Democrazia Cristiana. Nella top ten del 
gradimento dei comandamenti all’epoca non c’era gara, il settimo* vinceva a mani basse. Forti di questi ideali, i nostri albergano ospiti del Partito comunista polacco in un bell’hotel di Varsavia. Il giovane cattolico, dopo la serata, sale in camera. Usanza di alcuni albergatori è far trovare un presente sul cuscino o sul risvolto del lenzuolo, di solito un cioccolatino. Sul letto dell’ospite italiano c’era quello che maschilisticamente si potrebbe definire un “prelibato bocconcino”: una bionda da schianto, giovane, molto giovane. Minorenne? In Italia la soglia dei ventuno anni era da 
poco stata abbassata a diciotto, la ragazza aveva appena sostenuto la maturità, il partito le offriva l’opportunità di iscriversi all’università e intanto di fare “esperienze” internazionali. Il giovane cattolico era uno che ci 
credeva, anche al sesto e al nono comandamento*, e la 
invitò a uscire. «Non posso» fu la disarmante risposta,  «se esco da questa stanza prima di una certa ora, l’addetta della reception del piano 
riferirà e dirà che non ho fatto i compiti…». 
Tralascio il seguito del dialogo surreale tra i due. Finì che si confessarono la reciproca fede cattolica, l’italiano tirò fuori una delle Bibbie che aveva clandestinamente portato oltre cortina e iniziò a leggere. La mattina presto la giovane varcò la porta della camera, guardò con occhiata complice 
la receptionist e proseguì gli studi. In certi paesi, all’epoca tutto era gestito dallo Stato. Anche la morale. Anche la prostituzione.
 
Persone poco raccomandabili
Nei giorni seguenti, uno dei componenti della delegazione chiese al consigliere democristiano se gli prestava la catenina con il crocefisso che portava al collo: «Sai, qui gli italiani cattolici tirano un casino con le ragazze». Tornati tra i banchi del Consiglio comunale sabaudo, tornarono a dividersi sulla “questione morale”.
La seconda storia si svolge negli anni Ottanta. Niente politica, affari. Piccoli affari. La “questione morale” è all’apice delle sue fortune mediatiche. Un impiegato dell’ufficio marketing di una nota e grande casa editrice cattolica torinese si rivolge a un fornitore, un tipografo, per un preventivo di certe particolari cartelline che ha ideato. È stato appena assunto, è pieno di idee, vuole fare bene. Il tipografo presenta il preventivo e in modo del tutto naturale, segno di una prassi usuale tra fornitori 
e casa editrice, aggiunge: «C’è anche una parte per lei». «Toglietela a vantaggio del prezzo per l’editore» è la pavloviana risposta del giovane. L’hanno guardato increduli. Lui non gli ha ritirato la commessa, né li ha denunciati, non gli è passato per la testa neanche di giudicarli, gli stavano 
pure simpatici. Ha continuato a lavorare con loro (e Dio sa quanto avevano bisogno di lavorare), solo non prendeva la tangente. Il giovane in questione è stato in seguito accusato di allearsi politicamente (non 
di frequentare) con persone moralmente poco raccomandabili.
La terza storia torinese è ambientata negli anni Novanta. In Italia la “questione morale” ha finalmente trovato sfogo e pubblica soddisfazione, dai dibattiti politici e mediatici è passata nelle più sapienti mani 
di alcuni magistrati. Questi, oltre alla laurea in giurisprudenza, hanno segretamente frequentato corsi di Etica fondamentale e di Comunicazione e si applicano con successo in una triplice attività: arrestano, pontificano ed eterodirigono i giornali. I direttori dei quotidiani pubblicano tutto quello che arriva dalle procure in nome della “deontologia professionale”. 
(Pare che l’etica giornalistica imponga ai compilatori di gazzette di ridire a voce alta – cioè di mettere in pagina – tutto ciò che 
viene loro sussurrato nelle orecchie o passato di soppiatto da sotto la porta, è un’etica che in nome della legalità infrange qualche norma, ma essendo appunto l’infrazione tesa al trionfo della giustizia non viene 
perseguita dai funzionari preposti a tutela della legge. Se il ragionamento non ti sembra lineare puoi fartelo spiegare da qualche professore uso a richiamare i politici al principio che «la legge è uguale per tutti».)
 
Bobbio e le bugie sugli ex fascisti 
Dunque, la terza storia. Siamo nel cuore dell’intelligentsia sabauda, nella coscienza civica della torinesità, alla Stampa. L’offensiva mediatico-giudiziaria dei primi anni Novanta non ha sortito gli effetti desiderati (è la solita questione delle pentole e dei coperchi che ci rinfacciano da millenni), il campo è stato spianato per la campagna di una gioiosa macchina da guerra, ma sullo stesso campo è sceso un riccone brianzolo che s’è fatto da sé (e questo per i quarti di nobiltà acquisita nel corso di tre generazioni dalla famiglia regnante in città è insopportabile) e che soprattutto ha sdoganato i “fascisti”. Li appoggia alle elezioni comunali di Roma e li accoglie nella sua coalizione. Loro, usciti dalle fogne, indicono una grande manifestazione a Roma. Il quotidiano torinese manda un brillante inviato, di sinistra e intellettualmente curioso, che scende nella capitale senza pregiudizi; vuole vedere come si comportano i neri ripuliti e accolti nell’arco costituzionale. Il corteo sfila via tranquillo, l’inviato manda 
il suo pezzo. Dopo un po’ lo raggiunge una telefonata da Torino, è il direttore: «Scusa, non hai scritto dei saluti fascisti dei manifestanti». «Non l’ho scritto perché non ce n’erano». «Sicuro?». «Io non ne ho visti, evidentemente si sono passati parola con l’ordine di tenere le braccia a posto». Fine della prima telefonata. Passano dieci minuti: «Pronto?». «Sono di nuovo io. Scusa, ma il professor Bobbio (Norberto, gran maestro dell’azionismo, luminare di riferimento della cultura laica italiana e primo collaboratore della Stampa) dice che non è possibile, non ci crede». «Ti giuro, nessun braccio teso». Fine della seconda telefonata. Inizio della terza: «Senti, Bobbio insiste, non è che potresti inserire qualche sporadico, solitario saluto al Duce? Qualche cane sciolto nostalgico che s’è infilato nel corteo…». «Se ci tiene così tanto… va bene, pochi e isolati…». Fu così che il saluto fascista finì in pagina e a Torino si poté tranquillamente continuare a essere antifascisti.
 
Un Kant per tutte le occasioni
Anche questo (l’antifascismo militante) 蠓questione morale”. Ha detto una bugia? L’ottavo comandamento*, ricorda, vale solo 
per le deposizioni davanti a un pubblico 
ministero, professori universitari e giornalisti ne sono esentati.
E veniamo al dunque. Perché ti ho raccontato questi tre episodi? Perché la questione morale è materia delicata, e bisogna saperla maneggiare con cura. Gli epigoni dei protagonisti delle tre vicende, l’ex comunista, l’ex democristiano e il novello azionista, oggi la agitano così smodatamente che prima o poi finirà per ritorcersi contro di loro. Tutti hanno un passato, 
e dietro ogni presente si cela una tentazione. Il futuro, poi, è un’incognita. Oggi la morale cattolica, o meglio, i princìpi morali pubblici derivati da alcuni aspetti della morale cattolica vanno alla grande. Domani non si sa. Ieri il “clericale” Buttiglione è stato sbalzato dalla poltrona sulla via di 
Bruxelles a causa di alcuni suoi convincimenti cattolico-kantiani sulla distinzione tra peccato e reato. Oggi i lettori serali di Kant lo annoverano tra i loro alleati in tema di comportamenti sessuali. Domani 
potrebbero chiederne l’esilio in Vaticano per via di alcuni suoi pronunciamenti sul testamento biologico.
La morale è parola piana ma argomento sdruccioloso, ti innalza, ti fa ergere trionfante in piedi con la schiena dritta, il dito puntato e 
lo sguardo giudice. Ti senti saldo sulle gambe, pronto a 
scattare contro il reprobo e d’improvviso ti scivola il piede Hai pestato una merda. A questo punto o hai dalla tua i giudici e i giornali o vai 
a gambe all’aria e tutti ti guardano come quello a cui piaceva vincere facile.
Già, perché la dissolutezza dell’imperatore è sempre un buon argomento per le sale dove si mesce il vino, per le barberie, per i salotti, anche quelli televisivi, per i giornali, per le riviste, per i pulpiti… 
insomma in tutti quei luoghi dove si può eccitare l’indignazione di qualcuno. Poi c’è la guerra, e l’imperatore torna vincitore, e la gente applaude e ringrazia. Poi c’è la casa da costruire. Poi ci sono le tasse. Poi c’è il lavoro. Poi ci sono le vacanze. Poi ci sono i figli. Poi c’è la macchina da comprare. Poi ci sono i confini da difendere. Poi c’è da fare la fila dal medico. Poi una sera hai voglia di vedere un film invece di 
un dibattito. Poi apri un negozio e non hai voglia di pagare il pizzo. Poi butti l’immondizia e non te la ritrovi per strada. Poi fai uno scherzo telefonico a un tuo collega in cui ci vai giù pesante (se no che scherzo 
è?) e ti ritrovi in tempo reale su siti e giornali. Poi mandi i figli a scuola e all’università e ti incazzi che fanno due mesi di casino ogni anno e poi si lamentano che l’università non li prepara al mondo del lavoro. Poi poi poi… c’è la vita.
 
Funzionava meglio l’ideologia 
Infine un giorno ti chiamano a votare e della tua indignazione non te ne frega più niente. Ecco che ci hanno sgamato di nuovo. Abbiamo profuso energie infinite nella “questione morale” e non abbiamo capito che la moralità della politica è un’altra cosa (c’è anche chi sostiene che la moralità tout court sia altro che l’osservare delle regole, ma di questo un’altra volta). 
Dammi retta, nipote, funzionava meglio l’ideologia, ma pare abbia fatto il 
suo tempo. E noi, non riuscendo a farcene una ragione, barcolliamo da anni ora dietro uno scandalo ora dietro un altro e devo confessarti che inizio a sentirmi ridicolo. E anche un po’ invidioso: non eravamo noi il male assoluto?    
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
 
*Sesto: non commettere adulterio; settimo: non rubare; ottavo: non dire falsa testimonianza; nono: non desiderare la donna d’altri.