Corriere della Sera 4 Dicembre 2012
 
A chi compera un gioiello, il gioielliere non chiede se è per la moglie o l’amante; né il datore di lavoro, per pagargli lo stipendio, pretende che il lavoratore dica come lo spenderà. Nessuno è tenuto a dire perché compra un certo bene, o come usa i soldi che guadagna, e nessuno lo chiede. In una «società aperta», le transazioni intersoggettive – ciò che chiamiamo «negozio» – non sono vincolate ad alcuna giustificazione metagiuridica e/o morale. Non per ragioni moralistiche, ma per la soggettività del concetto di valore – lo scambio è generato da una molteplicità di scopi non prevedibili e non programmabili – che si concreta nella libertà delle scelte individuali e si sostanzia nella limitazione del potere di intervento pubblico.

 
È, invece, la presunzione di sapere ciò che è rilevanteper i singoli individui che giustifica l’imposizione dall’alto di un equilibrio economico generale da parte del pianificatore. Da noi, è la strada sulla quale si sono avviati gli ultimi governi Berlusconi-Tremonti e Monti pretendendo di sapere che cosa fa il cittadino dei propri soldi. Ma per saperlo: 1) hanno tolto, di fatto, dalla circolazione la carta-moneta, che pure lo Stato continua a stampare; 2) hanno equiparato i risparmiatori a criminali; 3) hanno violato un principio di civiltà che ha le sue radici nella tradizione dello Stato moderno; 4) attraverso il controllo dell’uso del denaro, hanno imposto agli individui una gerarchia di fini. Prima di diventare un Paese di socialismo reale, l’Italia annega nel ridicolo. Una signora che, per ritirare poche migliaia di euro dal conto corrente, ha dovuto compilare un modulo, nel quale dire che cosa ne avrebbe fatto, ha scritto: «Servono per le puttane di mio marito e, a me, per mantenere il mio amante». Una pernacchia alla stupidità di Stato.

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