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Questa mattina a Milano il Ministro del lavoro e politiche sociali, Maurizio Sacconi, inaugurerà l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Si tratta di un’occasione rilevante, al netto della carica retorica che inevitabilmente hanno simili manifestazioni, per provare a cogliere gli orientamenti governativi su un tema non secondario in un tempo difficile come quello presente. 

Tre sono a nostro avviso le grandi priorità (abbozzate anche nell’ambito del Libro bianco sul futuro del nostro modello sociale, presentato dallo stesso Sacconi nove mesi fa) che a partire da quest’Anno europeo dovranno trovare risposta entro la legislatura. 

La prima è quella di un coordinamento reale degli interventi tra i differenti livelli istituzionali. Attualmente i trasferimenti in denaro verso la stessa platea di beneficiari (le famiglie sotto il livello di povertà) sono prioritariamente affidati allo Stato centrale, ma Regioni e Comuni svolgono un ruolo non residuale sul tema, grazie alle competenze riconosciute loro dalla legislazione sulle politiche sociali e dalla Costituzione. Per non essere da meno, anche molte Province si sono messe in moto per sostenere le famiglie in difficoltà, nonostante il ruolo affidato loro dalla Costituzione sia in questo campo pari a zero. 

Qual è il problema di questa proliferazione dei livelli di intervento? Si spendono molti soldi per i poveri (anche se in misura molto minore rispetto alle medie europee), senza che però vi sia una programmazione unitaria, integrata e condivisa. Insomma, ognuno va per la sua strada. Il risultato finale è l’inefficacia: spesso gli interventi monetari si sommano, moltiplicando le erogazioni verso alcune categorie di utenti a tutto discapito di altri che risultano esclusi da tutto. Con un’aggravante: l’assenza di un sistema informativo comune rende impossibile sapere chi sono quelli che ricevono troppo e chi invece non riceve nulla.