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Immaginiamo un idraulico intento a risolvere un problema nell’appartamento del cliente che lo ha chiamato o a installare in un cantiere un nuovo impianto sanitario, oppure a un falegname che nel proprio laboratorio sta realizzando un mobile su misura che nei prossimi giorni andrà a consegnare al committente o, ancora, al commerciante che nei mercati rionali delle grandi città o nei negozi delle più piccole stia vendendo la propria merce: che garanzia hanno queste persone, e con loro centinaia di migliaia di loro colleghi, che il giorno dopo avranno nuovi clienti, nuove commesse, nuovo reddito?

Nessuna. Tutto dipende dalla loro capacità di fare, dal saper rispettare gli accordi e, anche, da un pizzico di capacità relazionale. Sono in sintesi sul mercato, esposti poco o tanto alla concorrenza e al confronto con gli altri. E tuttavia agli occhi della pubblica opinione non sono precari, ma imprenditori. Questa è una grande ingiustizia, almeno lessicale.

Chi ha voglia di rischiare in proprio, e per questo non è garantito nel risultato finale, intraprende a suo rischio e pericolo, senza alcuna copertura sociale, spesso con attese di pensione da sempre altrettanto basse di quelle paventate fra trent’anni per i giovani di oggi. E tutto ciò, accompagnato anche dai posti di lavoro creati, sembra loro quasi normale e accettabile perché fatto con passione ed entusiasmo.

Al contrario chi, spesso dopo percorsi di studio abbastanza strampalati e vissuti in maniera un po’ annoiata alla ricerca del massimo risultato con il minimo sforzo, fatica a trovare nei primi anni di attività un “posto fisso sotto casa” diventa il protagonista del malessere della nostra società. Il giovane precario è al centro delle attenzioni di ricercatori, registi, scrittori, commentatori. Anche il Presidente della Repubblica ne ha fatto uno dei temi centrali del suo discorso di fine anno.