Intervista al filosofo francese dopo la nuova “rupture” su immigrati e integrazione di Rodolfo Casadei 12 Gennaio 2014
 
È finita la tregua d’armi fra Alain Finkielkraut e la sinistra “bobo” francese. Due anni fa il suo Et si l’amour durait, profondo e delicato commento a quattro romanzi amorosi antiromantici, aveva fatto l’unanimità. Il ritorno alle tematiche politiche risuscita le contrapposizioni. Nel nuovo libro, L’identité malheureuse (L’identità infelice), l’autore scrive che il disagio e le violenze dei quartieri ad alta concentrazione migratoria non si spiegano solo con la povertà e le discriminazioni, ma occorre prendere in considerazione le specificità culturali dei nuovi venuti e la rinuncia del sistema educativo e delle élite culturali a proporre l’integrazione, perché non credono più nella Francia come civiltà.

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