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bresciaoggi 20 dicembre 2010
 
E se la crisi fosse un’opportunità per spalancarci un orizzonte diverso di cui non ci eravamo accorti?
Da più di due anni siamo costretti a fare i conti con un sommovimento che ha sconvolto equilibri consolidati portando a galla fragilità ed errori. L’impressione è che però si fatichi a guardare in faccia quanto sta succedendo. Ne ho avuto riprova in queste settimane partecipando ad alcuni convegni.
Si formulano analisi lineari della situazione non prive di elementi di verità. Una volta elencati i problemi, il passaggio successivo però si esaurisce tutto nell’appello alla necessità delle regole, di incentivi o di qualche forma di protezione. Nessuno discute che possano servire, ma mi chiedo se siano davvero queste le risposte reali di fronte alla crisi.
L’ultimo Rapporto Censis sulla situazione del Paese, descrivendo «una società troppo appagata e appiattita», ha individuato la natura della crisi in «un calo del desiderio». Una diversa lettura della realtà presente anche negli interventi alla recente assemblea nazionale della Compagnia delle Opere, in particolare in quello di Julián Carrón, responsabile di Comunione e Liberazione. C’è un desiderio di compimento, di realizzazione vera all’origine di quanto ogni uomo fa. Quel di più di creatività che ha consentito a tante iniziative imprenditoriali di nascere e crescere ha lì le sue radici. Ora per Carrón se si perde «il nesso» con tale desiderio originale «restano solo le regole da rispettare. Tutto diventa pesante, uno sforzo titanico per fare qualcosa che non c’entra più niente con il nostro desiderio». E allora la tentazione di ritirarsi dalla partita prende il sopravvento.
Paradossalmente oggi viviamo in un sistema dove chi muove da questo, chi fa, diventa oggetto di sospetti. Anziché essere guardato con simpatia su di lui si insinua il dubbio di chissà quali interessi occulti si celino dietro le sue attività. Invece della riconoscenza la prima reazione è quella della domanda «dove sta rubando?». È il sintomo di una vera e propria patologia nel modo di guardare la realtà. Chi fomenta tali sospetti di solito non si è mai impegnato seriamente con nulla ma purtroppo trova sponda nei media che invece di ricercare riscontri oggettivi si prestano a un gioco scellerato. E per chi è vittima di tali insinuazioni è quasi impossibile difendersi. 
«Non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi. Chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro Paese», diceva John F. Kennedy. Mi piacerebbe girare la domanda a questi maestri del sospetto. 
Si continua infatti a sottolineare la bassa crescita del paese, ma poi si penalizza la capacità di iniziativa di persone e imprese. È un modo di procedere profondamente falso. E anche la politica fatica a essere incisiva nonostante i generici appelli al bene comune.
Lo stesso caso Marchionne, al di là del giudizio di merito che ognuno può avere, è il segno di un’emergenza di fronte a un Paese che non riesce a rinnovarsi, timoroso nel liberarsi di riti stanchi e di vecchi tabù. Rappresenta una rivoluzione che ha spezzato convenienze e consuetudini ormai incapaci di fare i conti con quanto sta succedendo nel mondo. Soluzioni culturalmente dirompenti dunque. Più che contrastare in modo preconcetto quanto propugna Marchionne, bisogna però semmai capire a quali mali cerca di rispondere. E poi occorre ripartire dai tanti esempi virtuosi di cui è ancora ricco il nostro Paese, testimonianza chiara di un modo diverso di affrontare i problemi senza fuggire dalle proprie responsabilità.