Bresciaoggi 26 febbraio 2012
 
«Da don Giussani ho imparato soprattutto a non vedere mai la realtà come nemica. Anche di fronte agli attacchi più carichi di pregiudizio nasce più una domanda, un interrogativo, anziché la rabbia per l´ingiustizia di cui si è fatti oggetto. Naturalmente c´è l´amarezza, ma ciò che prevale è la capacità di riconoscere anche in questo sempre un punto di positività per la mia vita". È questo il tratto del fondatore di CL che più ha colpito Graziano Tarantini, presidente dalla Fondazione San Benedetto. Anche oggi che ricopre importanti incarichi di responsabilità nel mondo economico e finanziario come presidente di A2A e di Banca Akros, sente ancora più vero e attuale quanto tante volte ha avuto modo di cogliere negli incontri con don Giussani. 
Come ha conosciuto don Giussani? 
Prima di incontrarlo di persona, l´ho conosciuto attraverso quello che lui aveva generato. All´inizio degli anni ´80, studente di legge all´Università di Urbino, ho incontrato un gruppo di ragazzi di CL che avevano organizzato una mostra del libro. Io allora non andavo in chiesa. Essendo fuori di casa dall´età di 13 anni, abituato a lavorare per mantenermi agli studi, avevo già avuto un assaggio della durezza della vita. Questo aveva caratterizzato in me una natura poco ideologica, che mi ha dato la serenità di riconoscere, al di là di tutti i pregiudizi che circolavano su CL, che in quei ragazzi c´era qualcosa di positivo, di importante.
Il presunto integralismo di CL non le è stato d´ostacolo?
Era una questione di lealtà nei miei confronti. Non potevo non ammettere che quelli di CL erano i più seri e impegnati, dallo studio alla presenza in università. Questo mi costò anche qualche ironia da parte dei miei amici, ma mi sono semplicemente arreso all´evidenza che era la realtà più interessante. Lì per la prima volta ho sentito parlare di don Giussani. 
Come si è sviluppato poi il percorso?
Sono state soprattutto alcune persone (fra queste anche una ragazza che poi diventerà mia moglie) che mi hanno avvicinato a lui, anche attraverso i suoi testi. Subito mi prese molto come pensiero. Credo che se non avessi avuto il dono della fede sarebbe comunque fra le personalità che più mi hanno colpito anche solo sul piano intellettuale. Tra l´altro mi accomunava a lui la grande passione per Dostoevskij. Fra le persone che mi hanno reso familiare don Giussani vorrei ricordare in particolare Rocco Buttiglione, che in quegli anni insegnava filosofia della politica a Urbino, e che condivideva l´alloggio con noi studenti. Lo considero una delle persone più colte che ho conosciuto, mi ha insegnato il rigore dello studio. E poi il professor Marco Martini, docente di statistica alla Statale di Milano, prematuramente scomparso, e il professor Giorgio Vittadini. Persone che ho la fortuna di avere tra i miei amici più grandi, che con modalità diverse hanno avuto un rapporto molto intenso con don Giussani rendendolo così vicino anche a me. 
La sua poi è diventata una conoscenza diretta di don Giussani…
L´ho incontrato diverse volte come tantissime altre persone che gli chiedevano un appuntamento che lui non rifiutava mai. Colpiva soprattutto la genialità umana, un carattere forte dentro uno sguardo carico di affetto. Facevi l´esperienza che Cristo è un fatto presente. In quell´istante eri la cosa più importante per lui. Anche nella correzione partiva sempre da un dato positivo. L´altro dato che impressionava era l´amore che ha sempre avuto per la Chiesa.