Bresciaoggi 24 Gennaio 2010
 
Henry è un ragazzo americano di 23 anni che ha da poco conseguito la laurea. Ha un debito di 200.000 dollari verso la banca che gli ha concesso il prestito per poter studiare. C’è crisi, trovare un’occupazione è pressoché impossibile ma nel frattempo gli viene richiesto di iniziare a onorare il credito. Henry decide così di arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti: ferma obbligatoria di quattro anni e, dopo alcuni mesi di addestramento. sicura partenza per l’Afghanistan.
Jason è un bravo musicista, figlio d’arte, lavora in una società che produce jingle per la pubblicità tv. Il suo capo è uno dei più prestigiosi nomi del settore ed è anche suo amico. Ma il lavoro cala e Jason è costretto a stare a casa. Da mesi si è adattato a suonare a domicilio: matrimoni, comunioni e quant’altro. Così riesce a racimolare la metà di quello che guadagnava prima. La nuova condizione si ripercuote pesantemente sulla sua famiglia.
Due episodi di cronaca vera, successa negli ultimi mesi a New York. Uno dei protagonisti lo conosco bene, è un mio amico. Dopo aver sentito queste due storie, siccome non sono nuove in quel Paese, potremmo esclamare: «È l’America!». Per poi subito dopo, secondo la vulgata corrente, criticare il suo welfare state, pressoché inesistente, e il suo imperialismo che più che la democrazia esporta la guerra.
Di norma questa è la reazione dell’italiano medio, per non dire dell’europeo medio. Qui però non mi interessa dichiarare se sono più o meno d’accordo con quanto viene di solito rimproverato agli Usa. Piuttosto voglio sottolineare che è doveroso porsi il problema se il sacrificio di Henry e Jason non contribuisca in qualche modo anche al mantenimento del nostro benessere. O quantomeno invitare a interrogarci se noi non viviamo, da anni, al di sopra delle nostre possibilità. Senza meriti e senza eccessive responsabilità, in una società dove la mobilità sociale è ai minimi termini e, appena si può, si cerca rifugio in qualche rendita di posizione.
Henry e Jason fanno quello che molti di noi non si sognerebbero neppure di pensare e e che riterrebbero addirittura deprecabile. Parafrasando una celebre frase del presidente Kennedy, evidentemente si pongono anche la domanda su quello che loro possono fare per il proprio Paese. E tutto diventa un’occasione per ricominciare ancor prima di lamentarsi contro qualcuno. Da noi invece di fronte alle inevitabili difficoltà che il succedersi delle circostanze quotidiane porta con sé, scompaginando talvolta progetti e assetti che sembravano consolidati, la tentazione è quella dell’invidia o del risentimento verso qualcosa o qualcuno. Perciò credo che sia salutare per noi, soprattutto per i più giovani, raccogliere la provocazione a un diverso approccio alla realtà delle cose che ci arriva dalle storie di Henry e Jason. Tanto più ciò è attuale se si considera il dibattito al limite del ridicolo sulla necessità di stabilire per legge a quale età un giovane debba uscire di casa.
Penso che anche a chi vive negli Stati Uniti piacerebbe beneficiare della qualità della vita che sino ad oggi ci è stata largamente garantita in Italia. Non esiste infatti una naturale vocazione al sacrificio. Per sostenere il peso di questo, servono sempre ragioni adeguate che sfidino il tempo e non appassiscano come foglie d’autunno. Ma è anche l’unica strada attraverso la quale è possibile un bene più grande per sé e per il mondo in cui viviamo.

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