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Il Presidente del consiglio dei Ministri, Mario Monti, ha annunciato le linee dei prossimi provvedimenti per la crescita dell’Italia. In particolare, oltre alle questioni legate alla riforma del mercato del lavoro, ha comunicato di voler intervenire sulle liberalizzazioni e sul capitale umano. Su questi temi non è dato conoscere nel merito quali provvedimenti specifici si intendano promuovere, ma certamente si tratta di obiettivi che, se perseguiti con decisione e coerenza possono costituire dei reali fattori di crescita dell’economia e di mobilità sociale ed economica. 

In un passato più remoto abbiamo assistito non a liberalizzazioni, ma a privatizzazioni, che il più delle volte hanno portato ad un passaggio da un monopolio pubblico ad uno privato. Al massimo, si è passati ad oligopoli. Nel passato più recente abbiamo assistito a liberalizzazioni di settori marginali, come i barbieri e i taxisti. In entrambi questi casi, non si sono registrati benefici né per il mercato, né per i consumatori, che dovrebbero essere gli obiettivi reali delle liberalizzazioni; il cui test consiste nella nascita di nuove imprese. 

Nel Decreto cosiddetto “Salva Italia” del dicembre scorso, il Governo Monti ha imposto come liberalizzazione quella degli orari e delle aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali. In questo caso, non si tratta, a dispetto del nome, di un processo di liberalizzazione, quanto di una deregolamentazione che presenta problemi non di poco conto sia con riferimento al mercato, sia dal punto di vista sociale. Quanto al mercato, perché consentire a questi esercizi di decidere autonomamente orari e giornate di apertura favorisce indubbiamente la grande distribuzione organizzata, ma rischia di penalizzare fortemente – com’è ovvio – il piccolo commercio, fino alla possibilità non remota di assistere alla chiusura di diverse attività. Dal punto di vista sociale, oltre al problema dei dipendenti delle grandi strutture costretti a turni anomali, significa aprire a un modello di società nella quale il tempo libero è visto unicamente come tempo di consumo e non come tempo da dedicare a se stessi e alla famiglia. Va detto anche che la stessa Commissione Attività Produttive della Camera aveva espresso parere contrario a questo provvedimento, chiedendo che si prevedessero modelli alternativi, come ad esempio quello dei distretti del commercio promossi con successo dalla Regione Lombardia, ma il voto di fiducia sul maxiemendamento del governo ha impedito un dibattito e un voto specifico in Aula.

È dunque auspicabile che i prossimi interventi di liberalizzazione si attestino ad un livello decisamente superiore.  In particolare, occorre che si tratti di interventi che possano realmente incidere sulla crescita. Da questo punto di vista, bisognerebbe intervenire prioritariamente su quei settori strategici nei quali il monopolio statale impedisce una concorrenza virtuosa necessaria allo sviluppo economico e sociale. Il riferimento non può che andare a quel particolare settore che ha il compito di formare la risorsa dell’economia della conoscenza: l’istruzione. In Italia, vi è monopolio statale dell’istruzione non dal punto di vista giuridico, ma economico. Va anche detto che la Costituzione prevede che lo Stato garantisca il diritto all’istruzione, non la gestione delle scuole. Tony Blair creò un sistema fondato sulla libertà di scelta della scuola da parte delle famiglie (finanziamento alla domanda, non all’offerta), sull’autonomia delle scuole (trasformate da enti del Ministero in fondazioni di territorio, con la possibilità di scegliere i docenti abilitati), su un sistema di regole di funzionamento di questo particolare mercato (“Quasi Market”, come lo hanno definito gli economisti britannici) e su un sistema di valutazione effettivo per mettere i genitori in condizione di scegliere la scuola migliore per i loro figli.

 

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