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Mario Fiocca, architetto di Dorno nella Lomellina che lavora nel campo dell’agriturismo, è protagonista di un episodio che ci richiama al significato del Natale (che non è il mito buonista del Babbo Natale e delle sue renne).

 

Condannato in primo grado a tre mesi di carcere e 50.000 euro di multa per aver tagliato, alla fine del 2002, un cedro del libano di circa 80 anni ormai morto e particolarmente pericoloso, nel 2007, in appello, viene assolto per non aver commesso il fatto. L’avvocato difensore non vuole nulla in cambio, ma gli chiede di collaborare con una decina di ergastolani per la realizzazione dell’orto del Supercarcere di Opera.

 

Quando Fiocca arriva nell’orto – ricavato in uno spazio di risulta dove erano stati abbandonati grossi ammassi di cemento armato – si trova davanti a una sterminata distesa di peperoncini di tutte le qualità, tra cui i più piccanti esistenti al mondo. Basito, chiede chi avesse deciso questo indirizzo di coltivazione che, a suo giudizio, non poteva avere molte prospettive: sarebbe stato meglio, secondo lui, far avere ortaggi nei vari reparti carcerari ed eventualmente offrire verdura fresca per le varie opere di carità che ruotano attorno al carcere.

 

Dopo inutili discussioni, mentre medita di lasciare il suo “incarico”, per non rendere del tutto inutile la sua presenza, Fiocca decide di distribuire tra i detenuti un po’ di fotocopie dei primi capitoli de Il Senso Religioso di don Luigi Giussani. Organizza dei momenti di discussione, dove i detenuti, però, fanno scena muta.

 

Come ultimo tentativo per consigliare i detenuti sull’orto fa entrare nel carcere un docente di agronomia della facoltà di agraria di Milano, il quale, ignaro dei precedenti dialoghi con i detenuti, di fronte a tutti commenta la visita all’orto: «Sai Mario, un peperoncino di così buona qualità e tenuto così in purezza non l’ho mai visto».

 

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